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sabato 24 dicembre 2011

Chi è come Dio?

Il nome Michele deriva dall'espressione "Mi-ka-El" che significa "chi è come Dio" (Quis Ut Deo in latino). È comunemente rappresentato alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio. Era la guida del popolo di Israele, per poi diventare il protettore di altre moderne nazioni. Nell'Apocalisse di S.Giovanni è il comandante dell'esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo, spesso rappresentato come drago o serpente, che vengono precipitati a terra. Il suo culto si diffuse in Europa dal V secolo a partire dalla famosa apparizione sul Gargano dove si trova uno dei maggiori santuari micheliani, seguito da quello di Mont Saint Michel sull'Atlantico e dalla Sacra di S.Michele in Val di Susa, all'incirca a metà strada tra gli altri due. Oggi vi propongo una rivisitazione dell'iconografia micheliana alla ricerca di un'immagine adatta al nostro percorso evolutivo attuale. L'energia micheliana infatti sembra essere una componente fondamentale di questi anni di trasformazione, gli anni che per i cristiani concludono la famosa Apocalisse per preparare il ritorno del Cristo “sulle nubi”.



Lazzaro Bastiani XIII sec.

Ho scelto alcune immagini tutte di artisti della Penisola, una delle culle del suo culto. Partiamo da questa immagine medievale. La presenza della bilancia è molto interessante perchè manifesta la qualità fondamentale dell'energia micheliana: il discernimento. L'Intelligenza che Michele porta nel mondo è quella capace, anche nelle tenebre più profonde, di capire cosa è “bene” e cosa è “male”, ovvero di metterlo in relazione con la visione più ampia e capire cosa aiuta l'evoluzione generale e cosa la contrasta. Grazie a questa qualità la sua luce è inconfondibile e splende nel buio dell'emotività e del pensiero razionale portando una tranquilla sicurezza. La bilancia con cui pesa le anime deriva dalla tradizione islamica, a sua volta derivante dalla mitologia egizia e persiana. L'arcangelo infatti è conosciuto e celebrato sia da ebrei, che da musulmani, cristiani ortodossi e cattolici. S. Michele si festeggia in Occidente il 29 settembre ed ereditò infatti molti tratti e caratteri di Mitra-Sole-Hermes, cui erano consacrati gli equinozi nel mondo ellenistico. L'attributo della lancia simboleggia un puro raggio di luce ma anche l'arma dei cavalieri che combattevano a cavallo. La vicinanza tra S.Michele e S.Giorgio qui è nettissima come se il santo fosse una sorta di incarnazione dell'arcangelo, un suo avatar in termini sanscriti. Il suo avversario qui è rappresentato come drago, che è uno dei nomi dell'avversario nell'Apocalisse. Il drago come il serpente rappresentano anche le forze telluriche potenti e misteriose che lavorano sotto la superficie, capaci di esplodere in improvvisi cataclismi.


Guido Reni, XVI sec.

L'iconografia largamente diffusa dell'arcangelo in Occidente è quella rinascimentale, come nel famosissimo quadro di Guido Reni qui sopra. Un san Michele biondo, apollineo e delicato domina sul diavolo moro, stempiato, barbuto e muscoloso. A guardarlo bene mi assomiglia anche un po'! Ma io non ho quei bicipiti e nemmeno le ali da pipistrello. Si potrebbe anche vedere qui un riferimento astrologico e sensuale: le forze luminose del Sole-Leone-Cuore-femminile trionfano su quelle oscure dell'Oscurità-Scorpione-Genitali-maschile. La parte inferiore del demonio è infatti serpentina. Inoltre i caratteri fisici ricalcano quell'antico pregiudizio verso i semiti da un lato e il prestigio dei popoli dalla pelle chiara e i capelli biondi. Nello sfondo si confondono le spire dell'uomo-serpente e le catene che l'arcangelo regge nella sinistra. Michele brandisce la spada pronto a colpire mentre poggia, quasi con delicatezza il piede sinistro sulla testa del vinto e il destro sulla dura pietra. Questa delicatezza ricorda quella con cui la Vergine cosmica trattiene il serpente. Quando la superiorità è così evidente (come il Sole!) la lotta è finita e il vincitore può fare ciò che desidera del vinto. Cosa vogliono fare le forze cosmiche luminose di quelle oscure, vissute come distruttive e perturbanti? Le vogliono convertire, trasformare in luce e per questo lottano con loro di continuo senza distruggerle. Se lo facessero diventerebbero come i loro avversari, immobilizzandole le lasciano consumare e offrono occasioni di “cambiare idea”, che viene raffigurato nel gesto del piede che si posa sulla testa delle forze avversarie. In questa visione la loro “risalita” delle forze oscure verso l'evoluzione deve obbligatoriamente cominciare dal basso, dall'umiltà e dalla collaborazione con le forze luminose, pena la consunzione. Meditando nella chiesa di S.Michele alla Piave mi è arrivato un pensiero guardando la pala d'altare: ritrae un sistema di forze in perfetto equilibrio. Viene rappresentata in forma iconica la struttura di un essere incarnato che ha intrapreso un processo di espansione della coscienza e riesce, usando il discernimento del cuore (ovvero l'intelligenza del cuore) a portare ordine in tutte le sue parti.



Quadro del santuario di S. Vittoria a Vittorio Veneto, XIX sec.?

Questo quadro è stata per me una grande sorpresa e gioia. E' un'conografia tutta autonoma, profondamente legata al luogo di cui manifesta le energie elementari: l'aria-luce di un luogo panoramico con il profondo rapporto con le forze di terra. Mi ha colpito molto l'assenza della lotta, non ci sono armi o catene. C'è un alto e un basso, i cieli e la terra. I due protagonisti si incontrano e si guardano negli occhi, Michele (che nella destra porta la pienezza della divinità con la scritta “Quis ut deo”) assistito dai cori angelici porta sulla terra la palma simbolo di riconciliazione. Si muove con grazia lungo il corpo serpentino mentre la parte superiore dell'antico avversario è molto delicata. Se ci fermiamo ai visi i due sembrano quasi parenti: la pelle chiara, i tratti quasi femminili e i capelli biondi. Persino le ali da pipistrello qui cominciano a riprendere i colori del cielo. Non c'è più lotta, ma offerta di pace, collaborazione. Entrambi sembrano essersi accettati e trasformati per intendersi, si preparano le condizioni per fare qualcosa insieme, forse per creare qualcosa di nuovo, come in cielo così in terra.



Statua all'ingresso della Sacra di S.Michele XX sec.

Concludo questa escursione iconografica con la statua con la statua di S.Michele ospitata da una decina di anni nel suo bellissimo santuario in Val di Susa. L'arcangelo (molto delicato e femminile pur nella sua tunica da frate) ha infilzato la spada nella roccia e porge le mani per accogliere. Ha vinto la sua battaglia, ha tagliato le ali dell'avversario (le vedete in basso) e lo ha precipitato sulla terra. Come sta scritto nell'Apocalisse di S.Giovanni: “Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.”(1) Dunque l'azione di Michele si sposta sulla Terra e si badi bene che dice SULLA e non NELLA terra, quindi che le forze profonde del pianeta non sono state intaccate dall'arrivo dei viaggiatori stellari dalle forme rettili. Michele può quindi scendere sulla terra e offrire il suo aiuto per l'evoluzione complessiva del sistema. Secondo Rudolf Steiner l'energia micheliana si incarnò più volte nella storia umana: come precursore e collaboratore della coscienza cristica in Giovanni il Battista ma anche come sapiente e delicato artista rinascimentale: Raffaello Sanzio!(2) Al di là della realtà di queste storie mi piace molto pensare che il principe delle milizie celesti abbia deciso di mollare la carriera militare e diventare un grande artista. Anche il viaggio che vi ho proposto, come regalo di Natale, è una storia, non pretende di essere la Verità, ma una fiaba che ci aiuta a mettere insieme tutte le nostre forze per dare verticalità e più spessore alla nostra vita, consapevoli che ora abbiamo la tranquilla sicurezza di poter tenere in un angolo tutte le cose che ci disturbano di noi stessi, fino a quando non le trasformeremo creativamente unendo in noi alta ispirazione e calda sensualità terrestre. Allora anche noi diventeremo come il dio dell'Amore e dell'eterna creazione armoniosa.

Buone note

(1) Apocalisse di S.Giovanni, cap. 12 vers.7 sgg.

(2) Si fa riferimento qui ai commentari ai vangeli di Rudolf Steiner, in particolare al Vangelo di Marco.

martedì 20 dicembre 2011

Solstizio d'Inverno

Finalmente il vecchio generale Inverno arriva a far piazza pulita delle ultime foglie, a rallentare l'attività convulsa degli uomini e a mettere alla prova la qualità del legno degli alberi col gelo e col vento. Solstizi ed equinozi segnano passaggi importanti per il cosmo terrestre e sarebbe bene, per noi che viviamo, almeno per un po', in questi paraggi, riconoscere e accogliere i cambiamenti ciclici e saggiamente ordinati che ci propongono questi passaggi dell'anno. Non è questione di credere in questo o quell'altro: si tratta di buon senso, vivere l'avvicendarsi delle stagioni e armonizzare attività e atteggiamento interiore alle opportunità ma anche ai limiti. Non ci fa bene pretendere di vivere con lo stesso ritmo il caloroso luglio e il freddo dicembre. Tra il 21 e il 24 dicembre noi dell'emisfero boreale viviamo i giorni più bui dell'anno, poco più di otto ore nelle zone in pieno sole. La luce è la fonte primaria che alimenta tutti i sistemi energetici terrestri. Meno luce, meno energia.

E' tempo di usare con saggezza quanto accumulato nei mesi più luminosi, fare ordine, scartare ciò che non ci serve più, alimentare e godere le altre fonti di energia (la compagnia degli amici, il calore del fuoco, il buon cibo ecc.). Dentro di noi sarebbe bene lasciare un po' di spazio all'introspezione, alle parti buie e alle ombre che sembrano circondarci: insoddisfazioni, paure, rancori, sensi di colpa e dolore si presentano da ogni lato. Sosteniamo la loro presenza e cerchiamo di fare un bilancio sincero dell'anno che va a chiudersi. E' il momento di attendere, di lasciar manifestare desideri e pulsioni che abbiamo scacciato o giudicato indegne. Il Sole passa dal segno del Sagittario al Capricorno. I Romani in questi giorni celebravano i Saturnalia, feste in onore degli dei del mondo sotterraneo che vagavano per il mondo in attesa di riprendere la loro attività a servizio della vita a primavera. Così si assisteva a feste e ci si concedeva di esprimere qualsiasi eccesso, provocazione o presa in giro. Portare alla luce è l'inizio del processo di integrazione e trasformazione.

Mi viene in mente quel passo del Signore degli Anelli in cui i cavalieri di Rohan (ovvero le nostre forze di pensiero, comprensione razionale) si ritirano nel fosso di Helm per sostenere l'assalto dell'esercito preponderante del mago Saruman. Anche per noi è necessario ritirarci nelle nostre profondità mentre quelli che sembrano i nostri oscuri nemici avanzano. Si resiste facendo tutto il possibile, in attesa che la situazione si trasformi. Quando la speranza di trionfare sembra svanita ecco che, all'alba del terzo giorno di assedio, nuove forze vengono in nostro soccorso: forze verdi e vitali (gli uomini albero), nuove energie-pensiero (le ispirazioni delle tredici notti sante del Natale) e il candido Gandalf, che potremmo paragonare alle energie saturniane più pure. Saturno è il pianeta collegato al segno del Capricorno, duro e trasparente come un cristallo o le cime innevate da nevi eterne. La sua energia è inflessibile e richiede impegno totale, fede incrollabile e disciplina per essere condotta dove desideriamo. Un maestro apparentemente spietato ma in realtà sapiente ed esigente, che vuole verificare i nostri progressi mettendoci alla prova senza sconti. Così saremo pronti ad accogliere la Luce che va aumentando dal 24 in poi. Il Sole invincibile (del culto di Mitra, il Natale per i Cristiani) è entrato nel profondo della Terra e l'ha fecondata: ora rinasce per un nuovo ciclo vitale!


Le foto sono state scattate il 20 dicembre 2011 nella valle ghiacciata della Grigna, affluente del fiume Oglio in Valcamonica

domenica 18 dicembre 2011

Senza mutande



Avete mai provato a passare qualche giorno senza la “protezione” anche troppo invasiva dei vostri slip? Per le donne sarà certo motivo di scandalo pensare di poter passare qualche giorno “nature” al piano di sotto ma spero che i maschi abbiano provato e si concedano spesso quest'esperienza. E' un modo semplice ma poderoso di riattivare energie e sensibilità assopite, oltre a dare un po' di sollievo ai nostri genitali troppo spesso fasciati troppo severamente. Certo si corre qualche rischio in più, d'altronde non serve certo apporre una scritta “maneggiare con cura” sulla zip dei nostri soliti jeans per usare un po' di attenzione quando aprite o chiudete i box... C'è poi il problema della goccia, a cui si può ovviare solo in parte con la sapiente sgrollata finale. Ma che volete... “la libertà val bene una goccia”.



Di certo molti invece potrebbero preoccuparsi delle erezioni fuori luogo. E' un problema solo le prime volte, a meno di incontri galanti dove oltre che giustificata e anche ben venuta! Comunque è solo una questione di abitudine e se potrà accadere qualche piccolo imbarazzante episodio non c'è che da riderci su e accettare quello che è naturale, cioè che noi uomini ci eccitiamo anche quando non siamo a letto e l'erezione non è neanche necessariamente collegata ad un imminente rapporto. Magari “lui” si stava solo sgranchendo! Lo sapete vero che la compressione dei genitali maschili, così sensibili, ne diminuisce la circolazione sanguigna e ne riduce quindi la vitalità? Bisogna lasciare spazio ai nostri “gioielli” e alle loro spontanee contrazioni di regolare distanze e temperature dei nostri ovari per mantenere gli spermatozoi attivi e vitali. Purtroppo il vestire unisex mortifica i fianchi e i seni generosi delle donne ma anche i testicoli degli uomini. Il vecchio proverbio francese recitava “les deux a gauche”, ovvero che i pantaloni da uomo dovevano prevedere spazio per i suoi due gioielli, lasciando al cucitura asimmetrica appunto per dare spazio in quel punto.



Durante la Rivoluzione Francese un gruppo di democratici plebei e scalmanati venne etichettato come il gruppo dei “sans culotte”, ovvero i “senza mutande”. Li ricordo con simpatia pur ignorandone la storia politica. Mi sembra comunque innegabile per accogliere gli esseri umani nella loro interezza sia necessario lasciare da parte censure moralistiche e inutili negazioni della nostra sessualità. E' un po' come nella storia dei vestiti (invisibili) dell'imperatore: il buon senso bambino scopre con sorpresa e curiosità le differenze dei corpi e le proclama. Sono scettico verso qualsiasi sistema di credenze (ideologia, religione, conformismo) che non accolga le differenze sessuali. Non penso qui al complesso e controbattuto tema delle identità sessuali, ma semplicemente alla negazione delle fondamentale essenza sessuale del nostro essere, della parte erotica di ogni relazione umana e contatto. Negare il sesso è negare il corpo, mutilarlo e nasconderlo. Ma sperimentare nel corpo fisico è proprio uno degli slogan promozionali per attirare qui esseri da tutto l'universo! Finchè sono incarnato lasciatemi godere in pace tutte le potenzialità del mio corpo!

domenica 11 dicembre 2011

Michele ha gli occhi azzurri



E' strano come certi incontri fugaci entrino nella nostra vita e si incidano nella nostra memoria. E soprattutto certi incontri di sguardi: sembra a volte che un ponte invisibile ci colleghi intimamente, come se le difese e le distanze socialmente imposte si sgretolassero. Un po' come succede quando ci si innamora col colpo di fulmine. Ho visto Michele una volta sola. Ho superato il suo camion in autostrada. Una manovra di pochi secondi. Mentre affiancavo il camion ho incrociato il suo sguardo ed è stato come mi raccontasse in quell'attimo la sua storia con la muta richiesta di diffonderla. Una storia disumana, di prigionia e asservimento a quelli che pretendono di essere i suoi padroni.



Sono passati quasi due mesi e solo ora gli dedico un po' del mio tempo. Non so se si chiamasse davvero Michele, il nome gliel'ho dato io per poterlo sentire più vicino. Michele era un vitello che andava al macello su un camion bestiame. L'allevamento industriale intensivo mi sconvolge: gli animali trattati come macchine da ingrasso, senza nessun diritto, vengono strappati alla madre per usarne il latte, allevati in batteria e gonfiati in attesa della vendita. Poi vengono caricati, trasferiti nei macelli e uccisi in serie. Una riproposizione della stessa logica con cui uomini terrorizzarono altri uomini tentando di distruggere la loro umanità. Io sono diventato vegetariano alcuni anni fa, per storie come questa.



Mi piace cucinare e mangiare la carne. Ma il prezzo è troppo alto in termini di violenza e spreco di risorse. Ho ucciso degli animali in passato, con le mie mani, e mi prendo la piena responsabilità di quello che ho fatto. Mi piace quando gli uomini si prendono consapevolmente la responsabilità. Non mi piace quando delegano e fanno finta di non sapere. Capisco sempre più come la morte e la vita (come la conosciamo a livello materiale) sono una danza continua e necessaria e quindi sono più attento ai motivi e ai modi con cui si uccide. Ad esempio non sono contrario alla caccia se è fatta con attenzione, a sostituire il ruolo dei predatori che abbiamo decimato. L'animale cresce nel suo ambiente, ha la possibilità di sopravvivere e di svilupparsi. Ma gli allevamenti industriali qui o estensivi in terre come il Brasile mi fanno rivoltare. Non c'è onore e nemmeno senso di responsabilità in questo.

domenica 4 dicembre 2011

Tra i due litiganti il terzo... muore

Tra vicini di casa scoppia la lite. La moglie del pensionato lo istiga a chiedere "giustizia" con l' "invasione" del cedro del condominio confinante. I condomini del condominio "al cedro" chiamano un tecnico che studia l'albero, rimuove i rami secchi o potenzialmente pericolosi e lo dichiara sano e sicuro. Rispondono quindi al vicino di aver fatto tutto ciò che era giusto e necessario fare per il bene comune. Il vicino insoddisfatto allora tagliuzza per ripicca tutti i rampicanti abbarbicati sulla rete di confine, compromettendoli gravemente. Ennesimo esempio, purtroppo vero, di quanto le piante che si trovano vicino ai confini di proprietà soffrano e vengano continuamente martoriate.



Da giardiniere sono stato spesso coinvolto in queste diatribe, e a volte mi sono anch'io prestato a tagliare un arbusto o un albero per far rispettare queste invisibili e soffocanti linee di confine che, in proprietà sempre più piccole e lottizzazioni sempre più minute e dense rendono sempre più difficile la vita di piante vigorose o alberi. Sono stanco e logoro dell'indifferenza con cui la bellezza e la salute delle piante viene offesa in nome della "proprietà", della "sicurezza" o della "pulizia". Perchè le piante "sporcano", con le loro foglie e i loro petali, e "puzzano" con il loro aroma esaltato dalla pioggia o l'aroma dei loro fiori. E mentre ci sentiamo spesso impotenti a cambiare in meglio il mondo fuori dalla nostra porta di casa, pretendiamo dettare leggi e proclamare l'assoluto controllo del nostro minuscolo giardino.




Per questo oggi proclamo la mia libertà di coscienza di rifiutare ogni intervento che lede la dignità e la salute delle piante, a meno che non ci sia una valida e condivisa esigenza. E rivendico la stessa libertà per tutti i giardinieri che amano il loro mestiere e vorrebbero essere al servizio della fertilità, della crescita e della bellezza del mondo vegetale che ci sostiene continuamente. Come? fissando CO2, liberando ossigeno, filtrando le polveri, custodendo il ciclo delle acque, offrendo frescura e ombra d'estate, protezione dai venti, case e cibo per la fauna e molto altro sostegno sul piano emotivo e mentale che molte persone sembrano aver dimenticato. Passeggiate in un bosco, respirate la sua aria, abbracciate i suoi alberi intoccati da mano d'uomo e poi vi renderete conto che i vostri passi acquisteranno energia, il vostro cuore si rappacificherà e il vostro pensiero sarà più chiaro e concreto.


(pioppi tremuli sull'altopiano di Asiago, novembre 2011)

lunedì 28 novembre 2011

La fata del ghiaccio

Qualche giorno fa attraversando un ponte di forti tronchi, bianco di gelo, ho incontrato una fata del ghiaccio che mi ha chiesto, mentre andavo per la mia strada, di scrivere di lei, vera essenza dell'acqua. Il ghiaccio ha una struttura piuttosto uniforme ed omogenea, vista da occhio umano. La magia e l'arte del gelo lo possiamo ammirare nei cristalli che fa fiorire quando la temperatura scende sotto i quattro gradi. In quel passaggio, un po' come quel ponte di tronchi tra il prato e la radura alberata che andavo a visitare, si manifesta la struttura cristallina e minerale dell'acqua.



Queste magnifiche decorazioni sono a tutti gli effetti cristalli, anche se sono effimere. Ci fanno capire a fondo come l'acqua sia veramente un miracolo, un capolavoro del mondo minerale per offrire la base di ulteriori sviluppi di altri regni. L'acqua che ghiaccia aumenta di volume, dunque se immaginiamo che il ghiaccio sia la struttura originaria minerale dell'acqua dobbiamo meditare su questa profonda trasformazione che genera una sostanza con proprietà uniche, capace di legarsi a gran parte delle sostanze e di trasportarle con sé per poi ridarle.



Nel Cantico di Frate Sole (o Cantico delle Creature) Giovanni detto Francesco (1), quello che parlava con gli animali e gli angeli, dava all'acqua quattro aggettivi: “essa è tanto humile, utile, pretiosa et casta”. La parola umile vuol proprio dire vicino alla terra, capace di abbassarsi al di sotto di ogni cosa. Quell'utile potremmo tradurlo con indispensabile. Preziosa, come una una pietra preziosa, l'acqua è il cristallo più prezioso che custodisca la terra, dovremmo ricordarcelo continuamente quando laviamo i piatti con detersivi che la inquinano o usiamo concimi e diserbanti che raggiungono le falde e sporcano le sorgenti. L'acqua è persino casta, come in quell'indovinello che la definisce “cos'è quella cosa che più la lavi più la sporchi?”. Dobbiamo imparare a lavare l'acqua, a purificarla e a farla ridere e gorgogliare come nei torrenti di montagna.



Molti conoscono ormai gli studi del giapponese Masaru Emoto. E' uno studioso giapponese che ha studiato per anni la cristallizzazione dell'acqua. Ha documentato con migliaia di fotografie come i cristalli d'acqua (che noi possiamo ammirare nei fiocchi di neve) cambino a seconda della qualità dell'acqua, della sua purezza o meno. Proseguendo gli studi ha anche dimostrato come l'acqua porti memoria di tutto ciò che viene a contatto con lei, anche le intezioni e le parole umane! Usando campioni della medesima acqua in bottiglie con etichette che contenevano diverse parole ha mostrato come parole come armonia e amore generino cristalli eleganti e simmetrici, altre come odio o disperazione sviluppino cristalli deformi e asimmetrici.



Masaru Emoto intende il suo lavoro come una ricerca della bellezza, che ritiene il vero progetto portante di tutto ciò che è stato creato: nuove creazioni di bellezza in bellezza (2). Racconta la sua fotografia dei cristalli non come una scienza, nemmeno come una religione ma che sia accolta e diffusa come un nuvo tipo di arte, “elementare” aggiungerei in riferimento al rapporto con un elemento costitutivo del nostro pianetino blu. In questa ricerca artistica però vengono rivelate anche grandi verità sul mondo, molto più misterioso e ampio di quello che la nostra visione ordinaria vorrebbe farci crede. Stupitevi ed amate davanti alla danza creativa delle fate del ghiaccio!



BUONE NOTE

(1) Leggi l'intero Cantico su Wikipedia (e sostienila con una piccola donazione magari!): http://it.wikipedia.org/wiki/Cantico_delle_creature

(2)Per conoscere meglio il lavoro straordinario di Emoto visita il sito http://www.masaru-emoto.net/english/e_ome_home.html o aquista i sui libri.

Sulle fotografie: le ho scattate sabato scorso nelle valli Giudicarie, in Trentino, nel versante in ombra vicino al fiume Sarca. Non è neve ma pura fioritura di ghiaccio su una masso, sulle erbe del prato e su alberi e foglie. Trasfigurati.

lunedì 21 novembre 2011

A letto col dottor Bach

Sono rimasto spiazzato dal leggere una statistica secondo cui la maggior parte delle donne non ha rapporti soddisfacenti col partner e che il piacere spesso si completa. Purtroppo questa indagine mi è stata confermata anche da alcune amiche. E perchè di un argomento tanto importante si parla così poco? L'immaginario maschile sembra ancora dominante nel proporre il corpo femminile ridotto a una bella icona o ad una sex machine. Ma per chi non si arrende e vuole provare una via morbida, un rimedio femminile per lenire i problemi che si manifestano nell'intimità può ricorrere anche alla floriterapia (1).



Se ci pensiamo il fiore è proprio l'organo sessuale delle piante, che in molte specie contiene in una perfetta armonia l'organo maschile e quello femminile mirabilmente ed elegantemente congiunti in un profumato amplesso. Antichissima è l'immagine che paragona il sesso femminile alla rosa ed altri fiori, alla coppa. Le essenze individuate da Bach possono aiutarci anche a letto. Ad esempio il larice (Larch) rappresenta una delle più importanti essenze floreali per molteplici disfunzioni sessuali maschile perchè lenisce il senso di inadeguatezza o il pensiero di non essere all'altezza delle aspettative del partner nell'intimità. Per l'eiaculazione precoce, in uomini frettolosi e agitati, si può provare l'Impatiens. Il glicine (Wisteria dei fiori australiani) un'essenza floreale importantissima per le donne che sono incapaci di rilassarsi e godere del sesso, a causa del disagio e della tensione per la propria sessualità o la cui passione è stata spenta da amanti insensibili(2).



Lenire i sintomi è il primo passo. Edward Bach scriveva che: “Ciò che noi conosciamo come malattia non è che l'effetto conclusivo, prodotto nel corpo, di forze avverse che hanno agito a lungo e in profondità. Nella sua essenza la malattia è il risultato di un conflitto tra Spirito e Mente e non sarà mai sradicata senza uno sforzo spirituale e mentale.”(3) Da alcuni anni ho cominciato ad accogliere questa visione, a sperimentarla e a condividerla. E' una poderosa leva per accettare la piena responsabilità di ciò che mi accade e quindi, una volta deciso di guarire, di impegnarmi su più piani per lavorare sul sintomo e sulle cause. Non spaventiamoci davanti a questo cammino, ma accogliamo tutte le nostre emozioni e blocchi, solo accettandoli potremo trasformarli.



BUONE NOTE

(1) Floriterapia è l'uso delle essenze floreali nel trattamento dei più disparati sintomi e stati d'animo negativi che ha trovato nuovo slancio dal lavoro pionieristico del dottor Edwrd Bach (1886-1936).

(2) Vedi il libro di M.J. Scott, G. Mariani, “Floriterapia per la coppia”, Xenia ed., 2003, p. 77 sgg.

(3)Edward Bach, “Guarisci te stesso” in E.Bach, “Le opere complete”, Macro edizioni, 2002

venerdì 18 novembre 2011

La Verde Mestre

Ascoltavo alcuni amici sandonatesi discutere sulla qualità del verde urbano nella loro cittadina, uno ha esclamato: “Ora che stanno tagliando gli alberi lungo la Piave e i vecchi platani stiamo diventando come Mestre”... e non voleva essere un complimento ovviamente. Ma qui sono dovuto intervenire per testimoniare la metamorfosi di Mestre, Marghera e co. in una zona di eccellenza del patrimonio arboreo. Ho vissuto a Mestre nel 1994, in via Rielta, ai tempi dell'università. A due passi dal parco Bissuola e dai campi di rugby di Favaro. Da allora il cambiamento è impressionante.



Me ne sono accorto progressivamente, lavorando da giardiniere. Nel giro di di due anni ho spostato la mia zona di lavoro dalla bella e storica Treviso alla giovane e caotica Mestre (e con Mestre intendo tutta la “Venezia” di Terraferma, per brevità). C'è una richiesta crescente di personale specializzato nella cura del verde, la gente ha voglia di giardini e terrazze fiorite, apprezza la bellezza degli alberi nella loro forma naturale e la professionalità. E' un movimento ampio, capillare e che è il risultato di molte forze, interne ed esterne alla società mestrina. Il risultato è però impressionate: in 15 anni gli interventi di riqualificazione urbana, la quantità di parchi e la qualità del verde sono aumentati enormemente.



Dal 2003 il Comune si è dato un regolamento del verde pubblico (1) che ha dovuto migliorare nel 2009 in seguito alle pressioni di gruppi di attivisti amici degli alberi. Da allora è stata vietata la stupida capitozzatura degli alberi pubblici, a meno di un parere tecnico qualificato, e sono stati chiariti i vincoli di tutela del verde private in fasce protette, con relative sanzioni. L'istituzione di un apposito ufficio con personale appassionato e competente sta cominciando a far sentire i suoi benefici effetti. Ad esempio si possono percorrere chilometri tra alberi e strade sterrate!(2) Insomma ci sono le premesse per vederne delle belle nei prossimi anni.



Una partita importante secondo me, nel processo di crescita e lottizzazioni non sempre armoniose, è quella dei forti e della loro utilizzazione. Il luogo simbolo della direzione futura dello sviluppo di Mestre e che darà la misura della qualità della vita (non solo umana) secondo me sarà Forte Marghera. Una stella fortificata tra laguna e terraferma che potrà diventare laboratorio e centro propulsivo di nuovi stili di vita, modi di abitare e di gestire il territorio (3). Ecco un miracolo sotto i nostri occhi: quella che un tempo era una periferia discontinua e slabbrata, senza gusto e prospettive si sta armonizzando e sta valorizzando il verde urbano come elemento di riqualificazione urbana, aggregazione sociale e priorità politica.

Aggiornamento dell'11 gennaio 2013 Un anno e mezzo dopo questo post siamo arrivati ad un punto cruciale per lo sviluppo del paesaggio della "grande Mestre", ovvero l'area metropolitana compresa entro il sistema dei forti dismessi. Si decide il futuro di Forte Marghera, punto chiave e ideale cerniera tra Venezia e Mestre. Mi auguro che i cittadini sapranno essere protagonisti e fugare i voraci appetiti speculativi. Le aree dei forti, i loro boschi, i loro canali e fossati si sono trasformati in aree di qualità ambientale, aggregazione e respiro circondati da aree coltivate e ben frequentate da fauna selvatica. Se la comunità saprà attivarsi per gestire e sviluppare queste aree credo che Mestre potrà diventare un laboratorio di importanza internazionale per la creazione di un paesaggio urbano armonioso, capace di natura, di disfare quello che non serve più. La seconda partita sarà la riconversione della zona industriale di Marghera.

NOTE

(1) Il regolamento comunale sugli alberi : http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2576

(2)Itinerario su strade alberate e sterrati attorno a Mestre: http://www.passeggiandoinbicicletta.it/jo/ciclo-itinerari/veneto/90/233-in-bici-tra-forti-boschi-parchi-argini-di-fiumi-e-laguna-ottobre-2010-35-km-ca.html

(3)Altre belle immagini e cenni storici su forte Marghera, come quella riportata qui: http://www.magicoveneto.it/Venezia/forti/Forte-Marghera.htm

martedì 15 novembre 2011

La Grande Occasione

Un mese fa ho avuto l'occasione di esplorare un vasto paesaggio post industriale a Sesto San Giovanni (MI). Enormi superfici (ettari ed ettari) di capannoni demoliti, piazzali di ghiaia e scarti, colline e scavi artificiali, asfalto, rotaie, edifici cadenti, alti muri di cinta. Potrebbe sembrare un relitto dell'Italia industrializzata che va ridimensionandosi sempre più, un posto senza senso e senza speranza. Ma la vita non si ferma e semi sparsi stanno generando alberi di pioppo, platano, ligustro e brughiere e pratacci spettinati di erbe pioniere. Le forze della vita vegetale stanno cercando di chiudere questa ferita nel paesaggio.



Intendiamoci la desolazione è grande: gli scavi, la cementificazione e i riporti continui di ghiaia e detriti hanno formato un paesaggio arido, dove l'acqua defluisce veloce in profondità. Ma poi ho cominciato a guardare con altri occhi, quelli animati dalla creatività e della speranza che come un'erbaccia in me non sa morire. E sono rimasto incantato dalla visione... boschi, laghetti, vialetti di ghiaia, prati e orti animati da una vivace vita animale (daini, uccelli, pesci, volpi, lepri...). E un padiglione per le feste e barche con coppie di innamorati e, tra gli alberi, sbucare alcuni massicci condomini, alti 30 metri e lunghi lunghi. E sui tetti ampie terrazze, in parte verdi e piscine e parchi giochi e pannelli fotovoltaici. E le auto? Parcheggi sotterranei, strade trincerate, metropolitane, telelavoro, ipermercati interrati e coperti da tetti verdi...



Io credo che il nostro pianeta sia uno degli luoghi nell'universo che può ospitare maggiore diversità e quindi permettere di fare, in un solo viaggio, le esperienze più disparate, di gustare paesaggi marziani, venusiani e plutoniani tutti insieme! Ma dobbiamo anche ricordare e capire profondamente che tutto questo deve avvenire in certe proporzioni. Il legante indispensabile di tutti gli esperimenti e le creazioni più ardite che desideriamo sperimentare qui è il ciclo vitale terrestre: le sue acque, la sua vegetazione, la sua fauna. E allora? Allora esageriamo! Prendiamoci tutto: l'alta tecnologia e la natura selvatica! Il lusso sfrenato e decadente insieme con il canto dell'usignolo nel bosco dietro casa.



Insomma si può fare di tutto ma diamo spazio alla vita! E' tutta una questione di proporzioni. E concretamente? Possiamo ad esempio favorire la biodiversità nei nostri giardini, accogliere piante rustiche, riduciamo l'asfalto, chiediamo rispetto per gli alberi. Dobbiamo riconquistare un rapporto diretto e vitale con ciò che vive su questo pianeta. Se ci isoliamo in contesti artificiali e sintetici diventiamo dei disadattati alla vita su questo pianeta. Meglio partire per la Luna allora: la strada è stata aperta! Il rapporto con i nostri fratelli legnosi è una cartina di tornasole fondamentale: il ruolo degli alberi nel garantire l'armonia e la vivibilità di un ambiente è centrale. Quindi è di primaria importanza incrementare le superfici alberate, imparare a convivere con radici, grandi alberi, cicli delle acque.

giovedì 27 ottobre 2011

I diritti dell'acqua

Mentre guardo i telegiornali sulle inondazioni liguri resto amareggiato e triste. Mi sento accanto alle vittime, mi chiedo cosa posso fare per aiutarli. Ma penso anche ai fiumi, inscatolati e dimenticati, ai pendii cementificati e trascurati, ai molti segnali dei passati eventi che in un crescendo sembravano voler ammonire. Eppure siamo arrivati ad una lezione durissima, almeno così io la leggo, sullo scollamento tra umanità e paesaggio in cui vive. Mi ha colpito soprattutto il ricordo di un libro letto anni fa: "Cosa ci dicono gli esseri di natura", un'intervista (colpo di scena!) di Wolfgang Weirauch a vari esseri di natura grazie alla "traduzione" di Verena Stael von Holstein (1).



ETCEWIT, lo spirito delle acque, diceva che si stava preparando una vita nuova per gli spiriti dell’acqua e che l'umanità doveva prendersi le sue responsabilità nel coordinare le forze elementari del pianeta perchè "nessun Dio vi aiuta" e le alluvioni sono una possibilità concessa all'acqua dalle gerarchie angeliche che si stanno ritirando. "L’acqua ha il potere di difendersi", da che cosa? Dai soprusi dell'uomo, da opere costruite per il solo tornaconto e l'avidità dell'uomo senza considerare le dinamiche naturali, le esigenze vitali di tutto il sistema. Ammoniva infince Etcewitt: “Dovete cambiare il vostro modo di pensare”. Queste letture mi hanno fatto nascere nel cuore il percorso che oggi sto perseguendo con più forza, di poter imparare ad ascoltare la natura e le sue forze, di capirle profondamente e intimamente come in un dialogo con dei colleghi di lavoro.

Di certo è stato un fenomeno eccezionale (500 mm di pioggia in poche ore, cioè quanto ne cade in 6 mesi a nella costa veneta normalmente...)(2), ma non isolato, anze destinato a ripetersi secondo alcuni metereologi. Hanno creato anche un nome ormai per questi temporali poderosi: flash flood, alluvioni lampo. Sono state annunciate, se non prprio previste, e si ripetono sempre più spesso. Di certo sono collegate anche a questa interminabile estate (3) che non voleva finire: dopo questi interminabili mesi siccitosi ecco che arrivano piogge monsoniche. Io credo sempre più fermamente che due sono le vere risorse che l'umanità deve custodire: la nostra casa comune (il pianeta vivente Gaia) con tutti i suoi delicati equilibri e la nostra capacità di essere compassionevoli.

Nel vangelo c'è scritto, ed è una grande legge spirituale nota anche come legge del karma, che «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (4) dove quel Me sta per "lo spirito dell'Umanità", l'essenza più alta che possa incarnare il genere umano. E chi è il più piccolo? Non sono forse nostri fratelli minori, di cui dovremmo prenderci cura, gli alberi, i fiumi, i monti stessi? Sono i fiumi che oggi sono carcerati in argini troppo stretti, assetati dell'acqua che gli sottraimo per il nostro uso eclusio togliendogli anche il minimo vitale (vedi la Piave in estate) per non parlare dei pendii "nudi" di alberi e vegetazione che li protegga e della generale fame d'amore che pervade il creato mentre noi... guardiamo altrove! E dove? Nei nostri mondi artificiali e fittizi, siano essi edifici condizionati simili ad astronavi o spazi digitali puramente virtuali.



Dà molto da pensare anche il fatto che ancora troppo spesso si costruisca dove il buon senso sconsiglierebbe. Inoltre la funzione di controllo degli enti pubblici sembra proprio inefficace, soprattutto quando c'è da demolire quello che non dovrebbe nemmeno essere stato costruito. DI condono in condono il cemento avanza. Il rischio idrogeologico è una vera e propria piaga per nella nostra Penisola riguarda quasi il 70% dei nostri Comuni (5). Insomma viviamo indifferenti in un paesaggio che stiamo deteriorando e che non decifriamo più. Stiamo diventando sempre più insensibili come se avessimo la lebbra. Non siamo separati dalla terra su cui camminiamo ed inoltre non siamo soli! Possiamo chiedere aiuto a tutti gli altri livelli di coscienza del pianeta se... superiamo l'indifferenza, il vittimismo o peggio la dipserazione. E l'unico modo che io conosco per riprendere contatto con il terreno è camminarlo. Non attraversarlo in treno, auto o bici ma camminarlo in lungo e in largo e toccarlo e amarlo a parlaretra noi di lui come il nostro migliore amico. Quando poi conosceremo agiremo anche a livello politico.


NOTE

(1) per la scheda e l'eventuale acquisto del libro vedi: http://www.rudolfsteiner.it/editrice/libro/613/cosa-ci-dicono-gli-esseri-elementari-colloqui-a-tu-per-tu-con-17-spiriti-della-natura
(2) I dati registrati dai pluviometri delle rete Arpa Liguria danno l'idea del particolare fenomeno che si è verificato: Brugnato (La Spezia) 540mm, Calice al Cornoviglio (La Spezia) 455mm, Pontremoli, (Massa Carrara) 366mm, Parana ( Massa Carrara) 320mm.
http://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/alluvione+in+liguria+e+toscana-+le+cause--54863
(3) vedi ad esempio un articolo dal significativo titolo "" un evento eccezionale destinato a ripetersi sempre più spesso" che recita "Il mese di Settembre, assieme alla prima decade di Ottobre, sono stati dominati da una possente struttura anticiclonica che ha portato un prolungamento (eccessivo) della stagione estiva e del clima molto caldo e soleggiato per parecchio tempo. Questa consistente anomalia, come ci aspettavamo, non poteva passare inosservata, senza alcuna conseguenza diretta. In questo mese di grandi anomalie il mare ha avuto tutto il tempo per immagazzinare una gran quantità di calore latente capace di sprigionare una forte evaporazione negli strati d’aria sovrastanti. Tanta energia potenziale pronta allo sfogo al primo importante transito perturbato. In effetti sono bastati dei piccoli spifferi freschi e umidi in quota per dare luogo a potenti moti convettivi (moti ascensionali) che hanno agevolato la costruzione di imponenti nubi a sviluppo verticale, i temutissimi cumulonembi temporaleschi, responsabili degli allagamenti di Roma della scorsa settimana e di quanto accaduto in questi giorni al confine ligure-toscano."
http://www.meteoweb.eu/2011/10/alluvione-fra-liguria-e-toscana-cause-di-un-evento-eccezionale-destinato-a-ripetersi-sempre-piu-spesso/94126/
(4) vangelo di Matteo 25,40 sul cosiddetto giudizio universale che secondo me non è da intendersi come un giudizio alla fine del tempo ma come un momento di presa di coscienza interiore. CIoè ognuno di noi arriva al suo giudizio universale quando comincia a discriminare le forze che ha dentro di lui tra quelle che sono al servizio dell'Amore (altra traduzione di quel Me - Cristo) e quelle che sono al servizio dell'egoismo o dell'indifferenza.
(5) dati ISPRA (istitu per la ricerca e tutela ambietale, vedi ad es. http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/Temi/Suolo_e_Territorio/Rischio_idrogeologico/

martedì 18 ottobre 2011

Ti ricordi Asmè?

Sono uscito a far due passi per smaltire il malumore: in dieci minuti mi sono ricordato di non aver pagato una rata irpef e mia madre mi ha avvisato che è arrivata una multa. Faccio due passi, cerco un posto tranquillo che mi aiuti a ricentrarmi. Attraverso viale Vespucci, a Mestre, per esplorare il canale lì accanto. Erbe alte, bottiglie rotte, qualche approdo per barche isolate. D'un tratto una gatta elegante, di nero e beige striata con una stella bianca in fronte mi fissa tra le sterpaglie. La saluto e la supero sbirciando il pontile lì vicino. Oltrepasso il guardride per raggiungere il pontile con la speranza di aver trovato il luogo dove ristorarmi ma sento un tonfo e mi giro.

Asmè, la gatta, è stesa sull'asfalto mentre la macchina si allontana. Mi avvicino come sognante, altre macchine stanno arrivando ma io quasi non le vedo. Mi chino, incredulo, è proprio la stessa gatta, forse l'ho spaventata? La trasporto a bordo strada e mi accorgo che ha preso un colpo in testa ma ha anche l'ano sfondato. Eppure mi sembra che respiri ancora, le tengo una mano sul ventre caldo, sento il cuore e resto là, di sale. Prego per lei e sono ancora
intorpidito. Mi si avvicina un pescatore, gli chiedo se c'è un veterinario vicino. Lui stupito scuote la testa e dice che ormai non c'è niente da fare, protesta contro chi non si è fermato e dice che lui, da cacciatore, non sopporta l'agonia degli animali e le avrebbe dato una morte veloce piuttosto. Se ne va ed io resto, stupito di me, immobile e attonito. Ricordo una scena simile, aver assistito impotente all'agonia di un altro gatto qualche anno fa.




Poi mi viene in mente anche un mio malore in auto: avevo accostato e mi ero accasciato a vomitare sul marciapiede alle 2 di pomeriggio ed ero rimasto là semisvenuto. Sono passate almeno quattro persone e nessuna mi ha soccorso. Quella volta sono riuscito a estrarre il cellulare e chiamare aiuto. Quest'ultimo ricordo mi scuote, non mi volterò dall'altra parte come il sacerdote del tempio o il levita. Trovo una tavoletta di legno, sposto Asmè e la porto in furgone. Parto verso casa di Dio: dove troverò un veterinario alle otto di sera? Chiamo un amico e lui sa proprio di una clinica, dedicata a S.Francesco, qui a due passi in via Paganello.

Ci arrivo in pochi minuti, una dottoressa che sta prendendo servizio accorre e mi apre le porte ma la sua collega esperta, appena la poso sul tavolo scuote la testa, la ausculta e poi mi conferma che Asmè ha reso l'anima al grande Spirito dei Gatti. Propongo di seppellirla, la dottoressa riflette e si consulta ma preferisce consegnarla domani perchè venga incenerita. Non insisto, anche se io preferisco riconsegnare il mio copro alla terra e non vederlo finire in fumo. Esco col passo strascicato, gli occi ora finalmente velati di lacrime che non scenderanno però. Accosto dopo poco, mi appoggio ad un bell'acero riccio e do parola a questa esperienza.

Ho cercato un nome per la gatta e per un istante mi è sembrato di averla accanto che si leccava una zampa e mi ha ispirato un nome lungo e complicato, forse egizio. Io ho tagliato corto con Asmè e lei è parsa soddisfatta. Cosa sei venuta a insegnarmi cara Asmè? Non provo rabbia per chi ti ha investita, sembrava un incontro di destino, ma mi pesa questa grigia malattia fredda e strisciante fatta di velocità, macchine, asfalto. Forse io posso ancora guarire perchè è morta con te un po' della mia indifferenza alla sorte degli amici animali. E pensare che nel 2008 ho fatto per un anno il pendolare: Treviso - Piavon di Oderzo. Avevo notato stupito che quasi ogni giorno incappavo in un animale morto sulla strada.Qualche volta mi sono fermato a spostare il corpo a bordo strada. Poi ho cominciato a mandare una breve preghiera che dico tuttora "Pace alla tua anima e all'elementare del tuo corpo".

Avevo persino cominciato una macabra contabilità delle vittime. In circa 200 trasferte ho salutato poco meno di cento gatti, una decina di ricci, qualche pantegana, un paio di civette, tortore, gazze, fagiani e persino una cornacchia, probabilmente travolta nell'espletamento della sua funzione di beccamorti. Chissà se la famiglia ha ricevuto qualche indennizzo o una medaglia al valore civile. Ecco che l'amara ironia porta a galla un filo di rabbia. Mi son rotto del valore sproporzionato che diamo alla vita umana disprezzando tutte le altre. Gesù rincuorava i suoi dell'Amore del Padre che nutre i passeri e veste i gigli dicendo: "Voi che siete i figli, non valete forse più di molti passeri?". Mi ha sempre colpito che dicesse "molti" e non "tutti". Come a dire che tutto ha un peso e forse, aggiungo io, che l'estinzione di un'intera specie è più grave della morte di un uomo. Abbiamo costruito una società dove solo una parte degli esseri umani ha diritti e possibilità. Un po' come la celebre democrazia ateniese, dove le donne, gli schiavi e gli stranieri non avevano diritti. Beh... a me non piace questa società che non accoglie tutti, umani e non, i viventi che insieme condividono questa esperienza sul nostro pianetino blu. Perchè non ne facciamo un'altra fondata sull'amore, la lentezza e pandemocrazia di tutti gli esseri visibili e invibili?

domenica 16 ottobre 2011

Mare d'autunno

Si spengono i riflettori sulla riviera di Chioggia, chiudono alberghi e campeggi. Il vento e il mare riprendono la loro danza indisturbati e offrono ristoro alla mia anima nomade. Passeggio alla scoperta di un paesaggio affascinante, sulle ultime dune al limite sud della spiaggia di Sottomarina . Ero partito stamattina per esplorare il bosco Nordio ma con il cuore aperto e così, questa infallibile bussola, mi ha condotto ad arenarmi su queste dune. Credo che la Brenta, che scorre qui accanto, sia stata complice. Mi invita a risalirla e conoscerla come ho fatto per la Piave. Un altro fiume allontanato dai Veneziani dalla laguna e che scorre dal Trentino fino al mare. Mentre guidavo ho cominciato a rallentare, poi ho svoltato di là, poi mi son detto "perchè non fare una passeggiata al mare prima del bosco Nordio?"

La spiaggia si offriva nuda alle carezze del vento, poche persone a godersi lo spettacolo: un uomo con due cani, un pescatore laggiù sulla diga dell'estuario della Brenta e, meraviglia, due uomini a cavallo. Ed io, con digiridoo in spalla ad ascoltare il vento, il mare, la sabbia e a inventare modi per portare la gente a riprendersi il contatto col mare, questa forza primigenia e inesauribile, proprio in questo luminoso autunno. Stupefacente quanta serenità e quanti nuovi pensieri possa offrire una lunga passeggiata lungo la spiaggia. Non c'è bisogno di spogliarsi ed entrare in acqua per gustare le vibrazioni uniche che lo sciabordio delle onde e il vento a raffiche sanno dare. Mare , vento e sabbia come la saliva e il soffio divino che mescolati con l'argilla, secondo il mito ebraico, ci formò. Sono queste le forze elementari con cui confrontarsi in questo paesaggio. A Sottomarina finita la stagione diventa difficile trovare un ingresso alla spiaggia, ma quanto ha da dare agli avventurosi che sanno trovare la via. Mi accende il desiderio di organizzare un festival di appuntamenti dedicato a questo "mare d'inverno". Come un bianco destriero, spronato dal vento, il mio pensiero crea immaginazioni e possibilità che presto condividerò con gli amici per cercare di realizzarle.

Ho gustato in particolare la conquista della diga dell'estuario della Brenta. Una lingua di massi bianchi e rosati che ti conduce nel blu. Un piccolo faro su un basamento ottagonale testimonia che la luce è arrivata nelle tenebre e non può essere sopraffatta. In uno slargo fitte scritte di vernice sulle pietre e poi dediche di innamorati. A sorpresa trovo anche un fiore scolpito... sarebbe bello invitare scultori per una giornata di creazioni da dedicare a questo punto di confine tra terra e mare. Vi ricordate il gabbiano Jhonathan? Quello che viene espulso dallo stormo per aver violato la tradizione del volo? Passeggiando soli in questo mare d'autunno potete sentirne la voce che riaccende nel cuore la consapevolezza che ciascuno di noi ha una strada unica per realizzarsi e che il grigio conformismo è una delle più gravi malattie umane.

domenica 2 ottobre 2011

Diventare albero

Mi trovavo a Treviso e finalmente ho deciso di dedicare un po' di tempo per andare a trovare i miei amici alberi. Da un annetto ne ho individuati alcuni che mi sono particolarmente cari. Sono grandi alberi, vetusti e particolarmente sacri. Ho cominciato dalla quercia cava accanto a S.Maria della Rovere. Ho pulito i dintorni e tolto le cartacce dalla cavità, mi sembrava una profanazione. Per aiutare a migliorare il flusso che sento salire dalla terra al cielo ho puntato il digiridù all'interno fino a trovare quella che ho sentito come la musica giusta. Attorno un gruppetto di studenti in attesa dell'autobus, tra l'imbarazzati e l'indifferenti per le azioni di quest'uomo vestito di verde. La vecchia signora mi ha restituito anche una sciarpa che le avevo donato molto tempo fa legandola ad un ramo alto. L'ho trovata posata delicatamente sullo striscione di ben venuto al nuovo parroco avviluppato al tronco.

Riposo sulla Rovra, la quercia plurisecolare sul Po' di Goro

Sono poi andato al parco di villa Manfrin dove avevao organizzato una vera e propria festa per gli aberi con percussioni e danze la scorsa domenica delle palme. Quel bel pezzo di pioppo nero che ci aveva osservato dall'alto è stato abbattuto, mi sono inginocchiato incredulo là dove hanno frullato la sua ceppaia. Ho suonato per lui e accolto la mia tristezza che si è trasformata in una breve invettiva per poi placarsi in un desiderio di essere utile. Cosa posso fare? "Diventare albero" - la risposta mi è arrivata veloce e semplice. Molte volte mi sono sentito consigliare così da una vocina interiore.

Questa inaspettata partenza di un vecchio amico, il primo albero su cui ho agito a livello sottile per aiutarlo a cicatrizzare un grande taglio, mi ha profondamente commosso. Come posso realizzare questa indicazione sibillina? Mi sono inginocchiato e raccolto come un seme per poi schiudermi lentamente verso l'alto. Riconosco gli alberi come maestri. Mi insegnano a stare ben piantato nelle mie radici e ad innalzarmi con le mie forze verso la luce. E in questo movimento ascendente sento il calore del mio cuore, il sostegno della Madre Terra, l'accoglienza dell'aria che cambia forma per far spazio alla mia crescita. Divento albero, porto l'acqua e le pietre dalle profondità fino al cielo. Fisso l'anidride carbonica e offro ossigeno e frescura agli altri esseri attorno a me. Imparo a non mentire, a non invidiare, a non arrabbiarmi con chi mi aggredisce e strappa i miei rami. Guardo gli altri alberi attorno a me, ognuno diverso, eppure parte di un gruppo: pioppi, querce, platani, frassini, aceri... Così comincio a riconoscere il progetto unico che ho dentro di me.

Hanno abbattuto un decina di grandi e vecchi alberi a villa Manfrin e non sanno cosa hanno perso. Gli alberi creano uno spazio particolare tra terra e cielo. Uno spazio protetto dai venti e dalle interferenze che aiuta persino i nostri pensieri a scorrere più quieti e a ricevere semi di luce dall'alto. Non a caso il Buddha raggiunse l'illuminazione meditando sotto un albero e Gesù Cristo pregò il Padre nel giardino degli Ulivi. Solo i vecchi alberi sono in grado di aiutarci in questo. Dieci giovani alberi non danno lo stesso benessere di un unico vecchio esemplare, per quanto martoriato da tempeste o aggredito da funghi. Prima di abbattere uno di questi fratelli alberi bisogna davvero fare tutto il possibile per tutelarlo e lasciarlo invecchiare. Si fa presto a tagliare ma ci voglio decine di anni per colmare i vuoti, specialmente se non c'è una politica di gestione coerente del patrimonio arboreo che prevede un continuo rimboschimento. Tutelate i vostri alberi. Andate a trovarli, apprezzate la loro presenza ma soprattutto imparate da loro: diventate alberi!

sabato 24 settembre 2011

Il ritorno del Re

Ho letto il Signore degli Anelli che avevo 11 o 12 anni, insieme alla saga di Shannara è stato il mio primo approccio col mondo del cosiddetto genere fantasy. Dopo anni mi sono reso conto che i racconti di Brooks sono effettivamente frutti maturi di un genere letterario moderno (il fantasy appunto) mentre l’opera di Tolkien è una vera e propria saga epica, un sguardo panoramico ad un intero universo (parallelo?) dove la lotta tra forze della Luce e dell’Ombra si riaccende dopo secoli di apparente quiete e oblio di antichi saperi gelosamente custoditi da pochi eletti. Quattro anni fa ho letto un bel commentario antroposofico dell’opera: era una convincente analisi dei significati criptati che agiscono dal Signore degli Anelli all’anima del lettore.

Il punto centrale era la decodifica in termini di percorso interiore dell’intera vicenda, dove l’intera Compagnia dell’Anello andava a formare un unico essere umano in divenire. Facciamo un gioco: prima di leggere oltre rispondete di getto a queste domande: qual è il personaggio che preferite? Quale invece non vi piace?



Secondo lo schema antroposofico, i compagni sono così interpretati:
Gandalf: Sé superiore, ovvero l’essenza spirituale di ogni essere umano e multidimensionale, contemporaneamente presente qui nel fluire del tempo e “là” nell’eternità
Aragorn: Io incarnato, cioè la parte della personalità che si sviluppa fino a mettere in perfetta armonia tutte le altre, come un buon re
Legolas: angelo custode, ha il compito di aiutare lo sviluppo dell’Io
Gimli: corpo eterico o energetico vitale
Boromir: corpo fisico
Merry: anima senziente, cioè quella che decodifica le sensazioni e le emozioni
Pipino: corpo animico, l’insieme delle percezioni che arrivano all’anima
Sam: anima razionale, pensiero pratico
Frodo: anima cosciente, capace di intuire ciò che è giusto fare in ogni momento

Rileggendo l’opera in questa ottica evolutiva nascono molti spunti di interessante riflessione e di lavoro su se stessi. Provate a chiedervi se il personaggio che vi attirava indichi che in questo momento siete particolarmente attivi su quel versante e invece sotto pressione o in difficoltà con quella vostra parte indicata dal compagno ”antipatico”. A me ad esempio in questo momento attira moltissimo Gimli (viva i nani!) e mi lascia freddo il padron Frodo.

Qual è il compito della compagnia? Riportare l’Anello del potere alla sua origine e discioglierlo. Cosa rappresenta? L’Ego, il senso di separazione in cui viviamo immersi e che ci fa vivere la nostra vita come un copione autoreferenziale in cui pretendiamo di agire autonomamente per perseguire i “nostri” desideri o soffrire le “nostre” pene. Tutte le correnti spirituali convergono in questi anni su un punto: la chiave della liberazione dell’essere umano risiede nella sua ricomposizione all’unità, sia dentro di sé che (dato che non esiste una reale separazione) fuori di sé. Da qui il senso di quel precetto evangelico sull’Amore per il Prossimo come per Se stessi. Dobbiamo portare luce ed amore sulla nostra paura di essere soli al mondo e vulnerabili a eventi al di fuori del nostro controllo. Noi siamo attori di un copione che creiamo noi stessi. E se smettessimo di recitare per un momento, andiamo a berci un caffè, quattro risate e riscriviamo tutti un bel copione con una gran bella storia che finisce sembre bene? O anche meglio? O magari non finisce…

Un altro membro taciuto ma fondamentale della compagnia è Gollum, che rappresenterebbe il Doppio, l’alter ego che si forma ad ogni incarnazione e che accompagna come oppositore la nostra evoluzione, permettondoci così di “superare noi stessi”. Anche questa parte che racchiude tutte le nostre ombre, parti non accettate, paure, rabbie e poteri occulti e rifiutati è preziosa, per quanto vedersela davanti siamo uno spettacolo che richiede uno stomaco forte e molto amore per non buttarsi giù (dal monte Fato?).

Ho raccolto anche alcune arrabbiate accuse a Tolkien in questi anni: per il fatto che abbia usato a suo piacimento la vecchia mitologia portando confusione terminologica su alcune parole come “elfo” o “nano” che indicavano precise energie elementari che agiscono in natura. E’ una critica fondata. Si parla di elfi per quelle energie aeree che si prendono cura delle piante erbacee, dei parti e dei fiori. Si parla di nani come energie legate ai metalli faticosamente raccolti e filati nelle viscere della terra, maestri della metallurgia umana. Chiarito questo non si può che arrendersi davanti al capolavoro, altamente ispirato spiritualmente a mio avviso.



Credo che anche la rilettura data nella trilogia di film del Signore degli Anelli abbia una sua validità spirituale. Il ruolo preponderante svolto dagli elfi-angeli incarnati in Legolas, la presenza (assenza nel libro) di elfi di Lorien alla battaglia del Fosso di Helm per tener fede ad un’antica alleanza. Mi ha colpito in particolare l’evoluzione della figura di Arwen che ha assorbito la potenza guerriera e l’antica saggezza del cavaliere elfico Glorfindel, che nel film ispira e rianima Aragorn nella caduta nell’Anduin. Un femminile potente e sapiente al tempo stesso che arricchisce come una sorella maggiore l’altera e appassionata Eowyn. Il cavaliere Glorfindel incarna quel sapere spirituale volto al risanamento della Terra, la corrente arturiana del Sacro Graal. Mi sembra proprio un segno adatto ai tempi, dove le donne e la parte femminile in ciascuno di noi può “prendere le armi” al pari di offrirci sostegno e guarigione per conseguire la nostra incoronazione interiore, per diventare Signori di noi stessi e unirci insieme a formare il Regno dei Cieli, il Corpo di Cristo, l’Uno.




Oh intrepidi cavalieri di Rohan, saggi elfi e leggiadri hobbit possano le vostre gesta narrate nell’Epica tolkeniana ispirare le nostre vite in questo momento di passaggio ad una nuova era della storia umana: accogliamo il ritorno del Re, lo Spirito del Mondo e il suo salvatore, il Cristo Eterico.

giovedì 4 agosto 2011

Un ospedale per le piante

Nel 2008 lavoravo come giardiniere responsabile di una villa. Un giorno, lavorando all'attuale confine nord della proprietà, mi fermai ad osservare una scena singolare. Il vecchio cancello di ingresso, che oggi si affaccia su una trafficata provinciale, era ostruito da alcuni ligustri ormai alti alcuni metri, come a sigillare e proteggere quella zona così trascurata del parco. Più oltre si ergevano le ampie e imponenti serre di un noto produttore e venditore di piante annuali, come le comuni viole pansè. Una produzione in serie, a bassi costi, con le migliori tecniche di coltivazione europee: concimazione liquida sui banchi, recupero acque di scolo e pluviali, riscaldamento di enormi serre con cippato di legna. Una fabbrica di piante, tutte uguali, perchè come tutti i prodotti industriali devono sottostare allo standard.

Per me che amo boschi e giardini all'inglese, piante vetuste e segnate dalla loro propria storia è difficile capire il senso di questa massificazione. Una pianta a me sembra più bella per la sua unicità, per la forma che ha preso in un certo luogo, la relazione con quelle vicine. Lo sviluppo del mercato vivaistico ha abbassato i costi delle piante “di moda” e ha permesso di rendere normali consumi che una volta erano di lusso. Diventa normale ricomprare ogni anno nuove piante da balcone, d'altronde nei nostri nuovi e minuscoli appartamenti non c'è più spazio per riporre i vecchi geranei a svernare. Appena le piante si “rovinano” si buttano e si cambiano. Come per i vecchi elettrodomestici: spesso ripararli costa più che comprarli nuovi e con sempre nuove (utili?) funzionalità.

In quel momento ho desiderato che esistesse almeno un posto al mondo dove le piante malconce o abbandonate per ragioni di spazio (ad es. un trasloco) potessero essere affidate a persone che le amassero e le curassero. Ho sognato un ambulatorio per le piante dove fosse possibile portare i “malati” e ricevere una diagnosi e consigli su come intervenire. Un posto che non vuole venderti nulla, ma che ti offre un accesso facile a quel sapere unificato che è l'arte di coltivare le piante e farle prosperare. E' un sapere “unificato” nel senso che non c'è distinzione tra teoria e pratica ma un continuo sperimentare: un flusso di esperienze che allarga le capacità di interpretare con l'intervento migliore la situazione specifica. Non si presentano mai due casi identici, ma molti simili sì.

Sono contrario all'accanimento terapeutico e, quando sono al lavoro, non esito a consigliare l'abbattimento di un albero pericoloso o di estirpare una pianta ridotta al lumicino. Le mie esperienze con le piante mi hanno fatto accettare sempre più la natura ciclica dei fenomeni che chiamiamo “vita” su questo pianeta. Cicli di nascita, crescita, maturità , deperimento, morte, decomposizione. I nostri corpi materiali sono tutti sottoposti alle stesse leggi e il loro destino è di consumarsi. Ma gli altri corpi sottili, troppo spesso negati o sviliti, non seguono le stesse leggi del corpo e un volta compresi possono agire beneficamente anche sull'involucro materiale. Anche le piante hanno corpi energetici non visibili pur non avendo solitamente la complessità degli esseri umani.

In oltre tre anni quel desiderio si è ripresentato più volte. Prima ero dipendente, poi in proprio e quindi ancora più dipendente dai flussi del lavoro stagionale. Adesso non so bene cosa sono ma ho deciso di essere libero e di vivere rispettando sempre più la mia sensibilità, come consiglia il buon dottor Edward Bach che di piante e di uomini ne sapeva assai. Ho deciso di realizzare questo sogno: entro un anno voglio aprire un ricovero per le piante dove accogliere quelle malconce o abbandonate o buttate via. Se poi la cura avrà un effetto positivo i proprietari potranno riprendersi la pianta pagando il conto, oppure le piante potranno essere donate o affidate in cambio di un contributo. Se la cura non dovesse funzionare il vegetale continuerà il suo percorso e verrà compostato.

Il motto di questo (primo?) ospedale pubblico per le piante sarà: “La pietra scartata dal costruttore è divenuta testa d'angolo”.

giovedì 21 luglio 2011

Le Figlie della Luna e gli Amici delle Donne

Jules Joseph Lefebvre, "Maria Maddalena nella grotta" (1876)

A tutte le Donne che accolgono la loro femminilità potente.
A tutti gli Uomini che si inchinano alla propria sensibilità.
A nonna Frida che, trapassando, mi ha ispirato questa storia.

Ci fu un tempo in cui l'umanità era intimamente connessa con i cicli del vivere e del morire, sentiva sotto i piedi nudi il cambiare delle stagioni, intuiva i movimenti dei pianeti e delle stelle, accordava ogni gesto a questo armonico fluire dagli astri alla terra, e poi dalla basso all'alto. Le guide di quell'era, l'infanzia della nostra attuale generazione umana, erano Donne sapienti, compenetrate dei moti degli astri e dei flussi del fenomeno della vita su questo piano. Conoscevano sentendo e facendo risuonare nell'anima e nel corpo tutto ciò che le circondava. Perpetuavano con saggezza la vita delle loro comunità in un mondo dominato da un tempo ciclico, come il crescere e il calare della Luna. Con la Luna queste donne avevano una profonda connessione, vivendo ognuna il ciclo della propria luna rossa di sangue e fertilità. Gli uomini, figli e amanti delle donne, erano meno intuitivi e si applicavano con gioia alle occupazioni pratiche, saggiamente consigliati dalle Donne.

Col consumarsi dei millenni alcuni uomini iniziarono a nutrire invidia per il potere delle Donne e risentimento per esserne esclusi. Desideravano poter sperimentare più liberamente le proprie potenzialità, prendere dalla terra tutto ciò che desideravano, alterare i cicli naturali a loro vantaggio. Non compresi dalle loro amate madri e amanti cominciarono a riunirsi in gruppi di soli uomini, scoprirono la forza che il branco dava loro, l'ebbrezza di seguire un solo capo maschio, a loro simile, senza le lunghe discussioni in cerchio che tenevano le donne. Cominciarono a sperimentare il loro potere separato, ad aumentare la loro forza fisica, la loro astuzia nella caccia, i loro strumenti per tagliare e incidere nella materia un segno di sé. E il loro desiderio di potere crebbe e cominciò il conflitto: sperimentarono la loro forza contro le donne e fu violenza, stupro, sottomissione. L'umanità si divise in società matriarcali legate all'antico rispetto per la madre terra e gruppi patriarcali che invocavano il tuono, il lampo e il cielo altissimo come unico Padre.

Gli uomini inventarono la guerra, la religione, il culto del potere e i modi per esercitarlo: teocrazia, monarchia, aristocrazia e persino la perfetta democrazia ateniese, riservata ad una minoranza di uomini privilegiati. Stabilirono confini, tracciarono strade, strapparono i preziosi metalli dalla terra stessa con la complicità dei curiosi nani. Si sviluppò l'archetipo del guerriero e le società maschili proliferarono, spingendo col ferro e col fuoco, le pacifiche società matriarcali nell'ombra. Il sapere intuitivo delle antiche Donne, figlie delle Luna, venne in parte conquistato dagli uomini ma i suoi segreti più profondi non poterono essere comunicati perchè frutto di intuitiva conoscenza e non di nozioni e formule. In parte quel sapere si conservo sussurrato dalle madri figlie: le virtù delle erbe, le canzoni incantevoli ascoltate dagli elfi, i cicli della Luna ed altri arcani.

La nuova civiltà maschile si sviluppò al punto che i suoi figli maggiori, la filosofia e la religione, generarono a loro volta la scienza meccanicista e la teologia dogmatica che si scagliarono insieme, come incudine e martello, contro ogni aspetto della vita umana che sfuggiva loro in quelle ombre proiettare dai loro lucenti discorsi che separavano il ben dal male, la verità dall'errore, la razionalità dalla follia. Cominciò così quello che doveva essere l'attacco definitivo all'antico sapere femminile e lunare. Le eredi di quella tradizione vennero chiamate streghe (da strix, civetta, abitante della notte) e vennero catturate, seviziate, torturate e bruciate. Accanto a loro vivevano ancora alcuni uomini, figli, amanti e partecipi del loro sapere e furono chiamati stregoni. Ma accadde una cosa che i persecutori, nella loro tronfia ignoranza delle leggi cosmiche più profonde, avevano dimenticato.

Le anime delle vittime cominciarono a radunarsi in cerchio, come usavano fare nei tempi antichi. Dopo una lunga assemblea chiesero al Dio creatore del Bene e del Male di ottenere giustizia per ciò che avevano patito. E quel Dio, in forza delle leggi che egli stesso aveva stabilito, dovette accettare e chiese quale prezzo dovesse esigere. Maddalena, la messaggera delle Donne, si espresse così: “Come i nostri persecutori hanno sparso il nostro sangue anche noi chiediamo di poter spargere il loro”. Il Dio quasi si pietrificò alla richiesta: l'umanità si sarebbe estinta. “Ma – continuò Maddalena vibrando di una voce argentina e ridente - lo spargeremo a modo nostro: moltiplicandolo su tutta la Terra. Chiediamo alle nostre figlie incarnate di sposare e servire fedelmente i figli dei nostri persecutori in modo da accogliere il loro seme e mescolare le correnti del nostro sangue. E benediciamo questa nuova generazione affinchè impari ad accogliere entrambe le eredità, portandole a nuova sintesi: razionalità e intuizione, tempo lineare e ritmo ciclico, scienza e spiritualità, Forza e Grazia. E a quei bambini doniamo un mantello indaco, il colore nuovo che portò il Cristo incarnandosi sulla Terra”.

E questi sono gli anni che i figli e le figlie di quelle unioni stanno ricordando le loro origini, preparando la sintesi e il risveglio dei saperi più antichi o progettando geniali innovazioni. Costruiscono una società nuova, dove maschile e femminile sono complementari in ciascun individuo, dove le separazioni più dolorose si sciolgono in un dolce amplesso e dove piacere e dovere si coniugano nella propria autorealizzazione. Così che le Donne possano vivere a pieno la loro femminilità potente e gli Uomini, finalmente adulti, le accompagnino fieri ed Amici delle Donne. Usciremo così, insieme, dall'acerba adolescenza dell'umanità per entrare nella maturità della nostra evoluzione. Se tu che leggi hai sentito vibrare il tuo cuore sappi che tu sei mia sorella e mio amico e che, ovunque tu sia, io ti benedico e ti ringrazio per essere qui accanto a me in questi anni di sintesi e trasformazione.

Francisco Merli Panteghini, Amico delle Donne
Notte del 22 luglio 2011, Santa Maria Maddalena

sabato 16 luglio 2011

Into the Wild

Il film americano “Into the Wild” ha lasciato una impronta profonda in molte persone. Ho la netta impressione che abbia dato un impulso notevole a trasformare la propria vita giocandosi tutto per recuperare una dimensione umana e terrestre. Cambiare lavoro, vagare in mezzo al verde, sviluppare progetti artistici che armonizzino arte e natura. Vivo in prima persona questa esigenza vitale, anche se il film l'ho visto in dvd un anno dopo l'uscita. Mi ha colpito intensamente, sia per la partecipazione emotiva, che per il finale tragico e il pensiero che un uomo geniale abbia veramente vissuto una vita così.



C'ho riflettuto a lungo ed ho capito che è un film profondamente americano, che incita e mette in guardia allo stesso tempo al mito del ritorno alla natura senza limiti. Il gesto di bruciare il denaro nel deserto credo che per un americano sia un gesto sconvolgente e potentemente liberatorio. Ma io che statunitense non sono ho altre strade per ritrovare la sintonia coi cicli viventi. L'anno scorso ho passeggiato da solo lungo la Piave per una settimana (vedi www.artepiave.it), quest'anno ho invitato ad un fine settimana di creatività in natura una decina di amici artisti. E ancora: ho presentato la mostra “Wild look” di Girardi e Castellani allo Spazio Rampon di San Donà, poi ho conosciuto quel gagliardo Filippo Binaghi che da tre anni gira l'Italia portando il suo pianoforte in posti impensabili (il tour si intitola non a caso “Wild Piano”). Come un linguaggio cifrato trasmesso da Radio Londra per attivare i partigiani così quel film ha acceso molti cuori e li ha spinti ad agire simultaneamente.

Per la mostra Wild Look avevo preparato un testo in cui avevo delineato la categoria del “selvatico”. Traduco “selvatico” e non “selvaggio” l'aggettivo “wild” perchè ormai di selvaggio e incontaminato nella vecchia Europa (e poi nel mondo) non è rimasto nulla: resta però, nei ritagli delle lottizzazioni e ai margini della nostra coscienza razionale l'intero mondo naturale non più minaccioso ma ancora animato dalla ricerca di nuovi equilibri nei frammenti di paesaggio tra un capannone e una casa. Se dicessi “selvaggio” la fantasia correrebbe alla giungla o alle savane africane e includerei un giudizio di valore in cui “civilizzato” è migliore di “selvaggio”. Il selvatico invece ci riporta ad una realtà complementare al domestico: ci sono animali e piante domestici e animali e piante selvatici.



Dobbiamo riconoscere la necessità del mondo selvatico nella nostra vita: per alimentare una cultura in armonia con la terra dobbiamo accettare innanzitutto la nostra parte selvatica, quella che istintivamente ci mette in sintonia con i nostri bisogni vitali, quella che ci spinge a camminare tra i boschi, a innalzarci sulle vette delle montagne, ad accorgerci del trascorrere delle stagioni. A questo proposito consiglio agli uomini il bel “l'uomo selvatico” di Risè e alle donne il classico “Donne che ballano coi lupi”. Il rapporto col selvatico ci aiuta a superare la visione antropocentrica: la civiltà umana fa parte di uno spazio più ampio che include tutto il sistema organico del pianeta vivente, Gaia. Entrando in comunione con ciò che umilmente vive attorno a noi, senza rabbia, senza giudizi, riscopriamo intuitivamente la gerarchia dei bisogni fondamentali dell'essere umano e di ogni essere.

E' questo l'anticorpo alle ideologie, alle paure, ai bisogni indotti: ricordarsi di prendere la vita così com'è, con un solido buon senso che si trova nei vecchi contadini come nei grandi maestri spirituali. Se intraprendiamo questo percorso troviamo in noi una insospettata forza per cambiare i nostri desideri, i nostri pensieri e la nostra vita. Diamo spazio al selvatico, lasciamoci istruire dalla capacità di trovare continuamente nuovi equilibri dinamici! Non è più possibile la fusione inconsapevole come ai tempi del giardino dell'Eden ma è necessaria ora la contaminazione creativa, per rimetterci in gioco come portatori di vita, creatori di nuovi spazi antropizzati e selvatici al tempo stesso: con più alberi, più animali, più spazio per le acque e meno confini, meno asfalto e meno discariche.

Stiamo sviluppando, ciascuno individualmente, la coscienza di vivere in un sistema organico, dove ogni cosa è collegata. E' fallita la visione meccanicista, dominatrice, razionale e maschilista del mondo. Ogni mia scelta porta conseguenze a tutto il sistema vivente. E' come una danza di gruppo: solo che spesso noi balliamo ciascuno su una musica distorta, perchè filtrata dal nostro egoismo, dalla nostra visione ristretta. Eppure i nostri cuori battono all'unisono, ma nel troppo rumore di TV accese e traffico intenso fatichiamo a sentirlo. Provate ad abbracciare un albero: ricomincerete a sentire il vostro cuore che batte: l'amico frondoso vi ricorda che siete vivi e capaci di amare. E' così che il principe Siddharta divenne il Budda meditando sotto un ficus religiosa ed è così che Gesù Cristo nel giardino degli Ulivi, trovò la forza di superare la Passione e risorgere a nuova vita, quella che, in questi anni di Apocalisse, ha portato i semi di una nuova civiltà umana.

martedì 5 luglio 2011

Amore condizionale


(foto di Giuseppe Dall'Arche per Artepiave.it)

“Non voglio piante brutte nel mio giardino: o la cura o la cambia” così ha sentenziato il signor C., un milanese che gode una volta al mese un bell'appartamento a Venezia con giardino. Quanto hanno riecheggiato quelle parole in me, hanno risuonato con quel malessere crescente che mi spinge oggi a lasciare il mercato del giardinaggio. Ti amo fino a quando soddisfi le mie aspettative, i miei bisogni. Noi chiamiamo amore questo “do ut des”. Ma è un amore condizionale e condizionante che crea dipendenza e paura di perdere il beneficio, il nutrimento emotivo dell'approvazione altrui.

Qualcuno invece, forse un angelo travestito da carpino bianco o da olmo, mi ha messo nel cuore un seme che ora è una gracile pianticella, di accettazione totale e gioiosa. Ti amo perchè esisti. Io esisto libero e ti ringrazio che esisti anche tu, così posso far fluire il mio amore e ampliare la mia percezione di me e di te in un noi sempre più inclusivo. Quanto malato sono ancora di aspettative e voglie egoisitche che mi allontanano da questo albero luminoso che mi cresce dentro! Ma lui non si scompone, continua a crescere, con la pioggia o con il sole e mi accoglie senza giudizi ogni volta che rientro in me stesso. Mi sussurra “diventa albero!”.

Gli alberi mi incantano. Mi hanno salvato la vita e mi hanno sfamato quando sono rinato. Non mentono, non giudicano, ti offrono sempre sostegno, ombra, aria pulita. Percorrono la terra con le loro radici, ancorandosi al meglio ma contemporaneamente non smettono mai di muoversi: oscillano continuamente al vento, scricchiolando e frinendo. Un maestro, Claudio C., definisce l'amore come “accettazione incondizionata di ogni fenomeno in ogni sua espressione”. Sacro mistero.

Non è l'amore degli innamorati ma è più vicino al cuore di madre. Deve essere questo l'amore di cui parla Gesù Cristo insegnando “amatevi come Io ho amato voi”. Vi accetto e vi mostro in questo modo la vostra più profonda essenza, al riparo di ogni giudizio e aspettativa. Questo amore rende perfetto ciò che ama, permettendogli di esprimere tutte le sue potenzialità. Questo amore, frutto di sforzo e libera scelta, aumenta continuamente esercitandolo. Rende perfetto tutto ciò che tocca sottraendolo alla paura della separazione, della condanna, del rifiuto.



E così chiudo la mia azienda, Amico Giardiniere, continuando ad amarla e ricordandomi che nacque come un progetto di formazione, per incoraggiare adulti e bambini a fare esperienze creative e conoscitive nel verde. Ora posso essere ancora di più Amico Giardiniere: amico delle piante e di chi le ama e le vuole conoscere sempre più.

venerdì 24 giugno 2011

Orgasmo secco

Dolcemente stupito e felice: perchè? Perchè facendo l'amore con … ho goduto senza eiaculare. Non credevo che fosse possibile per gli uomini separare l'orgasmo dall'eiaculazione ma non è così, posso testimoniarlo. Per tre volte in vita mia l'ho provato, sempre con lei che ringrazio e benedico anche se ci siamo persi di vista. Mi sono poi venuti in mente accenni di questa possibilità, forse in testi tantrici. Non ho approfondito sul piano teorico. D'altronde mi sto appena appena disintossicando dal soffocare l'intelligenza del corpo con mille e mille pensieri che ricoprono i nostri corpi di pregiudizi, morale, limiti che non gli appartengono in sé.

In questi mesi divento più sensibile, sento che quando eiaculo mi svuoto, perdo energia in un certo senso. In effetti è palese che in un rapporto l'uomo dà e la donna prende, per quanto il linguaggio comune dica proprio il contrario (il famoso “me la dai o no”). Visto in termini energetici l'amplesso propone uno scambio: energia vitale maschile contro soddisfazione e un fulmineo senso di unità con tutto. Mi sono accorto da tempo di aver sovraccaricato il sesso di molte altre funzioni e aspettative. Siamo così digiuno di contatti e sfioramenti nella vita quotidiana che ho concentrato tutto la mia “fame” di contatto nell'intimità con una partner.

Si tratta proprio di fame nel mio caso, di una fame che nasce da una carenza di contatto con mia madre nei primi mesi di vita. Per una natura sensuale come me è un tormento non dare e ricevere tocchi. Mi ci sono così abituato, in una famiglia dove abbracci e baci erano banditi, da farne una maschera, un'abitudine che mi lascia sempre quel po' di insoddisfazione. E' stata per me una scoperta incredibile partecipare a gruppo di coscienza corporea e scoprire di poter ricevere le carezze di cui avevo bisogno e di darne senza implicazioni sessuali.

Il sesso per me è bello se fatto con curiosità, gioia, partecipazione. E' un modo di comunicare. Più divento sensibile e più ho l'impressione di poter assorbire intere parti e memorie di una donna entrando in lei, nella sua intimità e nel suo corpo, scoprendo le corde del suo piacere, i limiti che si pone, i desideri non detti. Di certo il sesso crea un legame forte tra i partner, può cementare unioni ma non può crearle o dargli senso. Le ragioni di una condivisione di vita stanno altrove: nelle quattro chiacchiere, nelle risate, nel progetto comune da ristrutturare continuamente.

Io non sento neanche la necessità della fedeltà coniugale, perchè il sesso e l'attrazione fisica non mi sembrano fondamenta solide per nulla, è un mare di desideri ed emozioni che muta continuamente. Ma come coniugare la lealtà e la chiarezza indispensabili ad un progetto a due con altre esperienze sessuali fuori dalla coppia? Anche qui credo sia più una questione di pregiudizi e impostazioni mentali da cui mi sto affrancando con fatica. Credo che questo mito della monogamia e della fedeltà siano il frutto di società patriarcali, che tutelano i diritti del maschio, delegando alla donna la tutela del suo “onore” e della sua discendenza legittima.

Ci serve ancora questa zavorra? Non potremmo vivere con più disincanto e più aderenza al vero le attrazioni e il sesso come un fenomeno naturale, energetico e mutevole. Senza giudizi ma con rispetto per noi e per gli altri. Lo spirito del corpo ha una grande saggezza che troppo spesso ho trascurato. Quest'estate voglio fare pace con la mia carne, le mie ossa, il mio piacere. Allego un esercizio meditativo di Marko Pogacnik molto piacevole (da “Dichiarazione d'amore alla terra”, Macro ed.).