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mercoledì 13 maggio 2020

UN INSOLITO ORTO BOTANICO URBANO A TREVISO di Michele Zanetti

Ci è giunta notizia e la fonte è ben informata, che si sta progettando il restauro delle storiche mura di Treviso mediante il solito, radicale e sistematico intervento di diserbo chimico. Niente di nuovo; anzi, tutto come regolarmente fatto da almeno settant’anni a questa parte. La conservazione del patrimonio architettonico storico, del resto, lo impone. Nel senso che implica la rimozione della flora avventizia di tipo ruderale e interstiziale, che si insedia in genere sulle vecchie strutture murarie. In questo caso, tuttavia e questa è la ragione per cui abbiamo ritenuto di dovercene occupare, vale la pena considerare alcuni aspetti del problema fino ad ora ignorati. Aspetti che afferiscono, da un lato (ma questo è in qualche misura scontato) ai rischi connessi con l’uso di sostanze chimiche in ambiente urbano e in prossimità di luoghi di passeggio e di gioco, almeno in tempi normali. Dall’altro e questo invece è abbastanza insolito, alla conseguente eliminazione di una componente floristica e perché no, anche micro faunistica, di particolare interesse.
La flora ruderale urbana e le vecchie mura ne rappresentano sicuramente un habitat elettivo, comprende specie di un certo interesse e persino specie rare, sia nel contesto urbano, che nella fascia geografica di bassa pianura che ospita la città di Treviso. Verrebbe da chiedere, anzi, a questo proposito, uno studio botanico preliminare all’intervento di restauro. Proprio per mettere in luce questi aspetti e, in particolare, per indicare quali tratti o aree delle stesse mura presentano un interesse maggiore. Certo, tutto questo e dunque una indagine botanica e magari anche faunistica relativa all’habitat delle mura storiche di Treviso, commissionata dalla pubblica amministrazione, avrebbe una portata rivoluzionaria e costituirebbe un precedente. Un precedente che i nostri amministratori, avvezzi a ignorare pari pari gli aspetti naturalistici persino quando progettano una pista ciclabile (vedi Parco del Sile e gronda lagunare nord), potrebbero considerare pericoloso. Ma che invece noi potremmo interpretare come indizio di nuova e più matura civiltà e cultura. Si pensi allora a quanto potrebbe scaturire da una siffatta indagine. Si potrebbe persino scoprire che sulle mura vegeta una mezza dozzina di specie di felci, quali Asplenium trichomanes, Asplenium ceterach, Polypodium vulgare, Adiantum capillusveneris, Scolopendrium vulgare e magari, Polypodium cambricum e Asplenium adiantum nigrum. E si potrebbe altresì scoprire che il riscaldamento gloglobale, di cui le avversità che stiamo vivendo ci hanno fatto dimenticare i perniciosi effetti, è testimoniato dall’avvento di nuove specie. Si potrebbe scoprire la presenza di rettili quali Coronella austriaca o Tarentola mauritanica e finanche quella di chirotteri (pipistrelli), annidati delle nicchie più profonde.
In altre parole si potrebbe in tal modo scoprire la presenza di un orto botanico e di uno zoo urbani di notevole valore naturalistico, scientifico e didattico. Così almeno noi pensiamo possa accadere. E se così fosse, il trattamento di diserbo chimico andrebbe a cancellare un piccolo, ma prezioso patrimonio di biodiversità. E la conservazione? Dirà a questo punto qualcuno. Bene, rispondiamo noi, la conservazione è importante e non vi si può rinunciare, ma non si può rinunciare neppure alle “mura vive”. Nel senso che sarebbe necessario trovare una soluzione che coniugasse le due esigenze; fermo restando il fatto di escludere il diserbo chimico, per non nuocere alla salute dei cittadini. Ma anche, diranno gli animalisti a questo punto, per non danneggiare le anatre domestiche, le oche, i coniglietti e le caprette, ospiti dell’isola-parco prospiciente le mura sul lato nord. Per risolvere il problema in tutti i suoi aspetti, abbiamo dunque pensato ad una proposta, anch’essa rivoluzionaria. Perché non creare un “Orto botanico urbano” delle Mura storiche di Treviso, limitandolo al tratto più dotato di fitodiversità e di zoodiversità? Potrebbero essere cinquanta metri, oppure cento o magari duecento, ma consentirebbero di conservare la natura che coabita con i cittadini di Treviso ed offrire a scolaresche e studenti motivi di ricerca didattica e di educazione scientifica. Anche perché, noi siamo innamorati dell’utopia.
*Articolo di Michele Zanetti, Presidente dell’Associazione Naturalistica Sandonatese, pubblicato sul bollettino n.3 Naturainforma e gentilmente concesso per la divulgazione

martedì 5 maggio 2020

Il Terzo paesaggio di Gilles Clément

Per un paesaggista o un giardiniere ecologico (così sidefinisce semplificando Clèment) come il Giardiniere BioEtico conoscere il lavoro e le sfide concettuali che ha posto il francese Cilles Clément credo sia uno importante stimolo per la crescita personale e per la propria visione professionale. Non intendo con questo diventare un "Clementiano" ma dichiaro che per chi guarda al giardino con passione naturalistica attraversare Clément possa portare fecondi approcci alla proprio lavoro. Clément è anche un abile scrittore e insegnante e la sua produzione scritta è vasta e meritevole di attenzione. Ho scelto un piccolo libro per approcciarmi al suo lavoro maturo: il "Manifesto del Terzo paesaggio". Un libro dichiaratamente programmatico e persino provocatorio con un lessico asciutto e l'argomentazione netta da pamphlet illuminista.
Il Terzo paesaggio è costituito dall'insieme dei luoghi abbandonati dall'uomo: ritagli stradali, archeologie industriali, lottizazioni abbandonate ecc. Luoghi che non sono più "naturali" ma nemmeno sotto l'azione permanente dell'uomo, agricoltore o cittadino che sia. Il Manifesta è stato pubblicato nel 2004, tradotto in italiano dalla Quodlibet di Macerata nel 2005 ed ha avuto molto successo che fa scrivere all'autore nell'ultima ristampa "L'interesse suscitato dalla nozione di Terzo paesaggio presso diverse istituzioni e politici in diverse regioni del mondo mi ha indotto a pubblicare questo testo gratuitamente su www.gillesclement.com al fie di facilitarne la consultazione a tutti, soprattutto agli studenti. L'edizione 2013 contiene il nuovo capitolo Evoluzione e pratica del cncetto di Terzo paesaggio.
Il Terzo paesaggio viene anche definito come "frammento indeciso del giardino planetario", rimanda a Terzo Stato come uno spazio che non esprime nè potere nè sottomissione al potere. Il paragone provocatorio rimanda al pamphlet rivoluzionario di Sieyès nel 1789 che contribuì alla presa di coscienza della borghesia nel momento di crisi dell'Ancient Regime dominato dalla monarchia, dall'aristocrazia e dal clero. Il terzo paesaggio dunque è composto da spazi eterogenei ma ha un tratto comune: è un rifugio incolto per la biodiversità scacciata dall'uomo e dalle sue monocolture agricole o giardinieristiche che siano. Un altro tratto caratteristico è che i pendii e i rilievi contribuiscono alla diffusione della diversità. I residui assistono di ondate alla colonizzazione di piante pioniere favorite dal terreno nudo e si alternano velocemente fino a che il terreno si chiude e prendono il sopravvento le piante arboree. Occorrono meno di 40 anni per passare da un incolto a un fitto imboschimento.
La flora dei residui accolgie anche tutte le flore esotiche pioniere compatibili con quell'ambiente. Quindi il Terzo paesaggio è il territorio della mescolanza planetaria per eccellenza al contrario delle riserve naturali o delle foreste vergini. I residui costituiscono allo stesso modo riserve biologiche soggette a nessuna tutela e anzi periodicamente soppressi dall'azione umana. Il Terzo paesaggio è un luogo creativo, di sperimentazione di nuove convivenze e per molti versi rappresenta il futuro biologico in quanto riserva di tutte le configurazioni genetiche planetarie. Quindi l'aumento programmatico dei residui permette di predisporre rifugi per la diversità. E' il contrario della logica di sfruttamento e del profitto oggi dominante. Per questo il discorso sul Terzo paesaggio è anche un discorso politico di critica alle modalità dominanti e distruttive dell'umanità.
Al contrario accogliere il Terzo paesaggio, tutelarlo e irrigidirlo rischia comunque di condannarlo perdendo la sua mutevolezza nel tempo. Per aver a che fare con questi spazi e il loro potenziale è necessario educare tanto il fare quanto il non fare accogliendo la creatività naturale senza asservirla a modelli rigidi. Come vedete questo "manifesto" definisce nuove categorie e spinge ad una presa di posizione di fronte a quello che prima erano spazi senza nome. Inoltre la visione ecologica aperta, dinamica e aperta alla contaminazioni rappresenta una posizione di assoluta novità rispetto all'ambientalismo conservazionista e rigido. Clément pone sfide e mira a provocare nel lettore una reazione. Se questa recensione vi ha incuriosito a sufficienza non esistate a leggere l'intero libro che in 90 agili pagine offre un condensato di più approcci al Terzo paesaggio.

martedì 28 aprile 2020

Ars Rotatoriae: parte IV il valore ecologico del verde stradale

Ogni spazio verde può essere habitat per piante e animali. Anche frammenti separati e quasi desertici possono avere un loro valore ecologico nell'insieme, grazie alla relazione che intercorre con altri spazi. Ad esempio in Olanda è stato avviato un progetto di sostegno agli impollinatori attraverso la conversione dei tetti delle pensiline degli autobus in prati fioriti.
Se seguiamo il concetto di rete comprendiamo come sia possibile inserire anche pochi metri quadrati in un contesto più ampio e ricco. Semi volanti, insetti e uccelli possono collegare aree verdi isolate dal traffico cittadino e dalle nostre ingombranti infrastrutture dando continuità al paesaggio a patto che noi progettiamo quegli spazi usando lo stesso linguaggio: piante autoctone, prati fioriti, arbusti ricchi di bacche e utili alla nidificazione ecc. fino a comporre corridoi ecologici e oasi. Spesso si tratta solo di anticipare la naturale evoluzione per creare armonie stabili. Guardate questa rotatoria lasciata a se stessa fuori Vicenza.
Il prato spontaneo è stato ridotto a radure, via via ristrette dall'esuberante crescita di rampicanti, arbusti ed alberi. Che sono gli stessi che si vedono nei margini esterni della rotatoria: continuità col paesaggio e possiamo anche immagine che insetti e uccelli frequentino liberamente e colonizzino quell'area.
Manutenzione? Nessuna, per anni, ha lasciato che si producessero queste dinamiche. Io sono contrario al "lasciar fare", sono interventista e di formazione giardiniere. Ma sono anche convinto che la natura dialoghi con noi e che insieme, interagendo, proponendo e accogliendo le risposte possano nascere cose meravigliose.
Questa distesa fiorita in Gran Bretagna è nata da un progetto di sostegno ai prati fioriti spontanei riducendo a soli 2 sfalci l'anno le aree verdi di pertinenza delle autostrade. Seminando appositi misugli si possono ottenere meravigliose tavolozze di colori e, con pochi sfalci, si garantisce la risemina e la riduzione dei costi di gestione. Le prossime immagini sono tutte tratte da un progetto sperimentale che tratta proprio questa possibilità in rotatorie e spertitraffico a Milano.
Se vogliamo costruire composizioni più stabili e con minore manutenzione possimo progettare con le piante perenni. Qui di seguito le foto di un lavoro esemplare realizzato a Bassano del Grappa (VI) dal vivaio Priola. Le fotografie sono in ordine di tempo dal primo impianto all'anno successivo. Qui un'accurata progettazione e la conoscenza magistrale delle perenni ha creato una composizione di sicuro effetto estetico ma anche con un buon contributo in biodiversità, fioriture scalari e quindi polline e nettare.
Negli spazi di maggiori dimensioni secondo me è necessario includere piante tappezzanti, arbusti ed eventualmente nelle grandi rotatorie di circonvallazione anche boschetti di alberi di terza grandezza avendo cura di non far prevalere i consigli dei vivaisti sulla necessità di creare continuità col paesaggio orgininario che nel caso della pianura padana sarnno i componenti del bosco planziale. Tra le piante di quel bosco antico potremmo scegliere ad esempio ontano, salice, acero campestre, orniello, carpino bianco. Tra gli arbusti il sambuco, il nocciolo, il corniolo maggiore, sanguinella, il biancospino, il prugnolo, la frangula e la fusaggine per fare degli esempi.
Fondamentale oltre al progetto e al sesto di impianto l'uso di una efficace pacciamatura che dovrà però essere biodegradabile e drenante in modo da permettere alle acque meteoriche di filtrare e ravvivare il nuovo impianto. Sarà ovviamente necessario vigilare per irrigare se necessario. Uno spazio progettato in questo modo potrebbe richiedere una manutenzione annuale per "governare" la crescita delle piante e far fronte ad eventuali precoci invasioni di piante pioniere. Quando le piante saranno ben avviate provvederanno con l'ombreggiamento, la perdita del fogliame a riformare la pacciamatura e l'apparato radicale a mantenere la gerarchia (es. qui sottoun telo di juta usato in agricoltura).
Concludo citando le sperimentazioni dell'artista e giardiniere Giuliano Pagot che tra Conegliano e Vittorio Veneto da vita al progetto "parco chiazza" (sotto un esempio) ovvero la realizzazioni di piccoli, a volte anche minuscoli, ecosistemi legati a zone umide (fontane, canali, fossi) che ottiene semplicemente trapiantando accuratamente piante da luoghi simili. Il Parco Chiazza è anche un progetto partecipativo che invita i cittadini a riservare una porzione del proprio giardino alle piante spontanee da lascia crescere indisturbate. Questo modo di pensare è assolutamente in sintonia con la mia visione presentata in questi articoli sul verde stradale. Se ti è piaciuto l'articolo leggi quelli precedenti!

giovedì 23 aprile 2020

Ars Rotatoriae: parte III. Aiuole a bassa manutenzione

Come evitare di far lievitare i costi di gestione delle rotatorie? Come ridurre al minimo i pericoli in caso di incidenti? Come togliere la visuale frontale e concentrare l'attenzione dell'automobilista sulla corsia d'ingresso? (leggi l'articolo precedente sulla normativa stradale) La risposta più razionale che ho visto è quella di trattare le rotatorie come aiuole a bassa manutenzione. Il che implica la totale rinuncia al prato da un lato e alle alberature dall'altro. Niente prato = niente taglio erba periodico con relativi pericoli di cantiere e costi. Questa soluzione mi è sempre sembrata la più razionale e desiderabile e così, fresco di studi ed entusiasmo, provai (nel 2008 credo) con la progettista Maddalena Pizzo a proporre la progressiva conversione delle rotatorie trevigiane da prato ad aiuole. La proposta non superò il vaglio del tecnico che gestiva la manutenzione, pur consapevole degli alti costi annuali degli sfalci. Costruire rotatorie-aiuole ben progettate riduce il numero di interventi necessari, a patto di non rimpiazzare continuamente piante inseguendo le fioriture di stagione. Un'altra strategia è quella di intepretare la rotatoria solo come uno spazio architettonico o monumentale usando teli di grossa grammatura e inerti per creare spazi inospitali alla vegetazione ma permeabili all'acqua. Per le piccole rotatorie si arriva anche a cementare tutto, scelta che deploro. Progettare una aiuola a bassa manutenzione non è un lavoro facile: richiede il rispetto di molti limiti alla fantasia del progettista e del politico che spesso vedono la realizzazione di un sontuoso "arredo verde" in città una medaglia da appuntare alla giacca.
Il progetto soprastante è tratto dallo studio per rinnovare una rotatoria a Loreto (AN). Mi è sembrato un utile esempio di come alcuni progettisti sprechino il loro talento e non capiscano che le rotatorie non possono in alcun modo come un giardino, sia per il tipo di fruizione che di gestione futura. Chiariamo alcuni principi fondanti della progettazione a bassa manutenzione. Primo: evitare assolutamente la coesistenza tra prato e aiuola, tutto lo spazio disponibile deve essere gestione come una sola e unica aiuola, gestendo eventualmente nelle rotatorie più ampie aree progressive con aumento dell'altezza delle piante scelte. Secondo: scegliere piante rustiche, ben adattate al clima locale o autoctone.
Terzo: inserire una abbondante pacciamatura che, pur consimandosi nel tempo, blocchi la nascita di vegetazione pioniera fino a quando le piante inserite non occupino tutti gli spazi disponibili rendendo arduo l'ingresso di altra vegetazione. Quarto: progettare in armonia col paesaggio naturale circostante. Quinto: evitare di distrarre l'automobilista con scenografiche disposizioni, piante esotiche ecc. Sono convinto che la diffusa richiesta di gestire come spazio verde importante quello stradale rivela il crescente bisogno di verde nelle nostre città inquinate e trafficate, dove si passa molto tempo in auto e quello che si vede dall'auto diventa un'esperienza condivisa dell'essere cittadini di una certa città.
Le ultime due immagini e la successiva documentano una semplice ma coerente aiuola a bassa manutenzione realizzata a Dogana (San Marino). Il centro della rotatoria è stato separato nettamente dalla parte carrabile e piantato a rose paesaggistiche, che non necessitano di potatura e sono molto resistenti alle tipiche malattie delle rose. Un telo plastico anti alga ha fatto da base per la pacciamatura e un buono strato di lapillo ha completato il tutto. Attorno gli altri spazi verdi di ritaglio sono stati tutti piantumati con arbusti grandi e piccoli a fasce scalari d'altezza sempre con lo stesso sistema di pacciamatura.
Il nostro viaggio nell'Ars Rotatoriae non si conclude qui. Vorrei aggiungere e sviluppare nel prossimo contributo il valore ecologico che può avere tutto il verde stradale, rotatorie incluse e come il riconocimento di questo valore possa cambiare completamente la loro progettazione (clicca per leggere l'articolo successivo).

sabato 18 aprile 2020

Ars Rotatoriae: II Parte. Esagerazioni e trionfo delle rotatorie come spazio celebrativo

Le funzioni di un giardino sono profondamente diverse da quelle del verde stradale (leggi l'articolo precedente): in una rotatoria non ci si intrattiene e non si passeggia. Il traffico veicolare che la circonda è una fonte di pericolo continuo per chi deve operare alla manutenzione della rotatoria, come d'altro canto i cantieri di gestione del verde stradale rallentano il traffico. I cantieri stradali sono la fonte di moltissimi gravi incidenti, spesso mortali. Il solo taglio erba per mantenere un prato "all'inglese" oltre all'irrigazione richiede in media 10 sfalci all'anno, ovvero 10 cantieri di manutenzione con operai nella rotatoria.
E' insensato costruire sentieri che partono dal traffico e vanno verso un giardino che nessuno godrà nella rotatoria. Condivido anche la riflessione che sia insensato investire migliaia di euro per acquistare degli ulivi per una rotatoria stradale quando esistono piante più economiche e molto più resistenti all’inquinamento. Simili riflessioni riguardano la realizzazione di laghetti e fontane nelle rotatorie: si devono sempre valutare i rischi in caso di impatto di un veicolo.
Tanto maggiore attenzione dovrà essere fatta quando si decide di inserire sculture dentro le rotatorie: bisogna prevedere il caso, non tanto inconsueto, di incidenti che spingano veicoli nell'area centrale. Bisogna prevedere eventuali urti e possibili incidenti a catena.
Eppure nelle rotatorie più centrali si è investito molto tanto da farle diventare ambiti spazi pubblicitari in cui un'azienda si incarica della manutenzione o persino di una progettazione propria in cambio di cartelli pubblicitari tutto attorno.
Credo che i Comuni dovrebbero valutare bene questi accordi per evitare di creare spazi disarmonici e aree verdi completamente slegate l'una dall'altro, senza un filo comune di progettazione. Ben venga la sponsorizzazione e i cartelli (purchè non troppo impattanti) a sostegno però del servizio pubblico sia nel progetto che nella gestione.
Qui sopra potete ammirare la "rotonda del camionista" in Emilia Romagna. Come potete vedere il prato rustico ricopre quasi tutta l'area per poi lasciare spazio ad una opera, di dubbio gusto, con questo gigante metallico che porta un camion. Secondo voi quest'opera realizza i requisiti europei delle intersezioni a rotatoria? Cioè riduce la visuale del lato opposto e non distrae l'automobilista? Nessuno delle due. E' sicura un'opera del genere o quelle sculture a Valenzano poco più sopra in caso di un incidente? Credo che possiamo giustamente dubitarne.
La maggior parte delle rotatorie fuori dai centri urbani sono semplici rialzi di terra lasciati colonizzare dalle erbe pioniere che in un paio di anni danno vita ad un robusto prato misto in grado di superare il metro, ma ancheil metro e mezzo di altezza a maturità. E spesso le amministrazioni si trovano a corto di fondi o si trovano a discutere con altri enti stradali (Anas, agenzie regionali ecc.) per chi abbia in carico questo o quello spazio. Purtroppo accade di frequente che si stanzino i soldi per la realizzazione senza tenere conto dei futuri costi di gestione e così ci troviamo spesso in estate davanti a rotatorie incolte. Ricordo che attorno al 2010 la provincia di Treviso governata da Luca Zaia aveva lanciato un rinnovo delle infrastrutture stradali che faceva perno sul Progetto Rotatorie. La Provincia spendeve più di 100.000 euro per lo sfalcio dell'erba in queste nuove aree acquisite. Anche l'inserimento di qualche albero non riduce il numero di sflaci e i costi. Bisogna proprio rirpogettare quegli spazi.
Credo che i soldi pubblici dovrebbero essere utilizzati prioritariamente per migliorare i parchi pubblici piuttosto che il verde stradale perchè è lì che gli abitanti si devono incontrare e trascorrere il proprio tempo. Quindi quali punti di riferimento si possono proporre per una gestione del verde stradale ed in particolare delle rotatorie? Sicuramente bisogna intedere gli spazi verdi delle rotatorie come aiuole a bassa manutenzione, con l'inserimento in altezza progressiva di piante tappezzanti, cespugli, piccoli alberi fino a grandi alberi se le dimensioni lo consentono. Ne parleremo nel terzo articolo la prossima settimana!

Hai letto il primo articolo della serie? Clicca qui

sabato 11 aprile 2020

Ars Rotatoriae, Parte I: cosa c'entra il giardinaggio con le rotatorie stradali

Da alcuni anni in Italia si moltiplica l'utilizzo delle rotatorie per sostituire incroci regolati da semafori e altre intersezioni. L'isola centrale è solitamente organizzata come area a verde che crea difficoltà di gestione e, nelle aree più centrali, diventano esperimenti progettuali, spesso di dubbio gusto, i più vari. Ironizzando pare che si diffonda una "ars rotatorie" che punta all'originalità e allo stupore dell'automobilista. Sono d'accordo con le riflessioni della paesaggista Caterina Benetazzo, a partire dall'analisi delle rotatori della "Via dei Vivai" tra Padova e Saonara (nella foto sopra un dettaglio), che le funzioni del verde stradale sono assolutamente diverse da quelle del giardino (leggi il suo articolo) ma ritengo che sia necessaria una analisi più dettagliata delle funzioni e degli elementi costruttivi impiegati per offrire proposte ragionevoli di utilizzo di quegli spazi verdi. Prima di tutto sarà utile fare un po' di storia e dobbiamo partire dal lontano 1903 quando William Eno progettò la prima piazza con rotatoria centrale a senso unico: la Columbus Circle di New York. Qui sotto una foto d'epoca e sopra la vista aerea di come è oggi, proprio accanto a Central Park.
Le rotatorie (USA circle, GB roundabout, FRA rond-point, rotatoire) si diffusero in Europa dagli anni Venti e sono diventate sempre più utilizzate con l'incremento del traffico veicolare come alternativa per rendere più scorrevole grandi incroci. Per averne una prospettiva storica complessiva fino alle indicazioni progettuali dei giorni nostri puoi leggere lo studio dell'Università di Catania datato 2011 ma ancora molto attuale. Tornando alle foto storiche e attuali di Columbus Circle possiamo notare come all'inizio il centro fosse un piccolo cerchio su cui troneggiava la statua di Cristoforo Colombo che oggi è invece avvolta da una rotonda di maggiore dimensione dove hanno trovato spazio isole di verde. Sostituire coperture inerti con spazi verdi è una tendenza sempre più forte a rinverdire le nostre città. Questo è un punto fermo irrinunciabile però a portato spesso, in mancanza di nitidie linee guida, alla costruzione di spazi verdi di ardua manutenzione, proprio in mezzo al traffico cittadino aumentando i pericoli per gli operatori, i costi di gestione e i potenziali disagi per gli automobilisti.
Rispetto agli incroci semaforici le rotatorie offrono diversi vantaggi (con traffico superiore ai 400 veicoli al giorno):
‐ possono accogliere in modo efficiente 4 rami;
‐ drastica riduzione dei punti di conflitto;
‐ consentono di fare inversione di marcia in sicurezza;
‐ non interrompono il flusso;
‐ velocità moderata/controllata;
‐ facilitano le svolte e riducono i tempi di attesa;
‐ migliore gestione delle fluttuazioni di traffico;
‐ annullano la possibilità di collisioni frontali (più pericolose), permangono solo le collisioni laterali.
Il verde stradale dovrebbe avere funzione di: accompagnare il guidatore nel suo percorso senza distrarlo, segnare l’ingresso in un nuovo paese creando una situazione di “porta”, creare un collegamento verde dal paesaggio esterno all’interno del paese, valorizzazione ecologica utilizzando piante resistenti all'inquinamento e possibilmente autoctone. Scegliendo di riempire di spazi verdi l'interno delle rotatorie sarebbe stato opportuno rimanere fedeli a queste linee guida. Al contrario la centralità di quelle aree e la nutrita percorrenza le ha rapidamente portate alla ribalta come luoghi da "abbellire" o su cui investire per un ritorno di immagine o vera e propria pubblicità. Ricordo ancora il senso di stupore per aver guidato per la prima volta in una grandiosa rotonda alla periferia di Montpellier (Francia del sud) nel 1997. Cartelli recitavano "le rotatorie facilitano la circolazione". La Francia è uno dei paesi europei che ha più creduto e sviluppato questo sistema di intersezione. Ed è anche uno dei paesi che le ha abbellite e trasformate in riassunti del paesaggio circostanti (es. vigneti in Borgogna, celebrazioni del Giro di Francia come qui sotto e molto altro).
L'Unione Europea non ha prodotto legislazione sulle rotatorie ma ha dato delle indicazioni di massima, in particolare sulla visibilità: l'autista non dovrebbe vedere di fronte a sè l'altra accesso della rotatoria, anche per evitare abbagliamenti di notte, ma dovrebbe avere una buona visuale in immissione. Ecco uno stralcio da un buon manuale di progettazione curato dal Centro Studi Pim nel 2015 (qui il testo completo) da cui si deduce come il verde abbia il compito di aumentare la percezione della rotatoria, bloccare la vista di fronte e organizzarsi su una leggera pendenza spiovente. Nel prossimo articolo analizzaerò numerose realizzazioni italiane e ne verificherò la coerenza con questo criteri di base individuati, valutandone punti forti e limiti (leggilo).

giovedì 9 aprile 2020

Riflessioni su Knightfall, serie Netflix sui Templari

In questi giorni di clausura in casa mi è capitato di vedere parecchie serie, come Knightfall: la serie Netflix dedicata ai Cavalieri Templari. Ho visto la prima serie e con sempre maggior fastidio la seconda: troppi conti che non tornavano. Poi ho deciso di scrivere questa recensione e di argomentare i limiti narrativi, storici e spirituali, vorrei dire, di questa ricostruzione degli ultimi anni dell'ordine del Tempio. Si capisce subito che gli autori hanno molto il gusto dell'orrido: omicidi, sventramenti, torture, duelli cruenti ricoprono i protagonisti immancabilmente di litri di rosso sangue. La prima serie ruota attorno alla ricerca di niente di meno che del Sacro Graal e all'ascesa a Maestro dei templari parigini del giovane Landry, segreto amante della regina Giovanna. Che un templare, un maestro templare poi, potesse mantenere una relazione adulterina è impensabile sia per la vita di fratellanza che non lasciava spazio a tempo libero da passare da soli, sia per l'obbligo alla castità e a riferire eventuali peccati dei fratelli perchè potessero fare penitenza. Ai Templari a pieno titolo, quelli che prendevano i voti permanenti era vietato guardare e ricevere baci da qualsiasi donna, figurarsi andarci a letto. Nella serie invece Landry confessa a fratello Tancredi e persino al Papa Bonifacio VIII il peccato e riceve comprensione, omertà e l'invito a troncare subito la relazione senza rinunciare al ruolo o pentirsi publicamente.
La storia d'amore infelice da Landry e Giovanna invece è uno dei capisaldi narrativi e porta alla nascita, forse miracolosa, di una figlia estratta con un cesareo improvvisato dalla madre tragicamente assassinata. Ma torniamo a quello che avrebbe potuto essere il vero centro della narrazione: la ricerca del Graal, la reliquia più sacra e più cantata nella cristianità, testimonianza della vita di Gesù e della fatidica ultima Cena in cui alcuni dei fondamenti della fede cristiana vennero sanciti. L'oggetto è rappresentato da una semplice coppa di terracotta, corrosa dal tempo cosa che seppur credibile svilisce l'oggetto sacro di certo trasfigurato dall'uso che ne fu fatto. Le canzoni che narravano la ricerca del Graal ne ricordavano sempre la luminosità e la preziosità come d'oro luminoso. Il Graal era inafferrabile da mani empie e ben protetto in ogni momento. Nella serie invece il precursore di Landry nasconde la reliquia con la complicità della madre del giovane (che fino ad allora si credeva orfano), di un convento di monache e di una misteriosa Fratellanza di Saraceni. Tutte questi personaggi scompaiono nella seconda serie dopo che Landry ha distrutto di fronte alla morte ingiusta di Giovanna con uno scatto d'ira. Le azioni impulsive di questo personaggio, che porteranno infine alla radiazione meritata dall'ordine,(salvo essere riammesso nella seconda stagione...) trascinano la serie dimostrando l'assoluta mancanza delle virtù perseguite dai Cavalieri del Tempio che giorno e notte pregavano per diventare uomini migliori, saggi, equilibrati e religiosi.
Con un gesto Landry frantuma il Graal, come se niente fosse: al contrario nel sentire del tempo doveva essere fortissima la percezioni della inviolabilità di quella coppa. Inoltre i frantumi del Graal sembrano ormai inutili e privi di ogni venerazione, quando nel Medioevo il culto di ogni reliquia, di ogni scheggia della Santa Croce meritava la costruzione di intere chiese: il re Luigi IX, padre di Filippo il Bello, aveva costruito la Sainte Chapelle per custodire al Corona di Spine e un frammento della Croce. Figurarsi che valore e che cura avrebbero avuto persino i più piccoli frammenti, invece la coppa rotta viene messa in un forziere e se ne perdono le tracce. C'è chi sostiene che Castel del Monte fu costruito apposta in forma ottagonale per ospitare il Graal e fungere la luogo d'iniziazione. Il concetto e la pratica della devozione templare e delle sue diverse iniziazioni è completamente banalizzato in Knightfall. Credo sia mancata una accurata ricerca storica, al di là dell'aspetto puramente militare e di potere e sopratutto uno sforzo degli attori di rendere viva e coerente la visione dell'Ordine, la cui regola fu scritta col contributo determinante di San Bernardo da Chiaravalle, animatore dei Cistercensi. Mi sembra quindi doveroso ricordare gli elementi specifici dell'ordine del Tempio che lo rese il più potente e indimenticato ordine monacale cristiano.
Per prima cosa l'architettura. I Templari furono tra i promotori della costruzione di ampie e luminose cattedrali gotiche e in particolare erano maestri dell'uso dell'Ottagono, inteso come forma geometrica di passaggio dal quadrato (la materia) e il cerchio (lo spirito). Ottagonali erano i battisteri da loro promossi e spesso le torri come quella accanto alla basilica di Collemaggio (L'Aquila), loro capolavoro. Nell'organizzare i loro possedimenti, al di là dell fortezze possedute e poi perse in Terrasanta, c'erano precisi criteri di ordine ed efficienza. Ogni Magione templare aveva un suo luogo di culto, terre e contadini che la mantenevano, cavalli freschi per dare il cambio a quelli dei fratelli di passaggio. In Knightfall invece la sede templare di Parigi è una torre tardo gotica di Praga. Una piccola fortezza dentro alla città. Mi è capitato di visitare il quartiere templare di Londra (Temple, il toponimo è rimasto): una chiesa gotica al centro, tanti edifici raccolti attorno a cortili e giardini, piccole vie di accesso tuttora sbarrate di notte da solidi portoni.
Se dovessi girare una serie sui Templari riproporrei la loro peculiare iconografia come il sigillo templare o il Beauceant. Analizziamo innanzitutto il sigillo: due cavalieri su un solo cavallo con scudo crociato e lancia sono circondati da una scritta "+ SIGILLUM ... MILITUM ...XRISTI .." ovvero "Sigillo dei soldati di Cristo". La croce che inizia la scritta è una croce greca e non latina, con le quattro braccia uguali, segno del forte rapporto con la cristianità orientale. I due templari su di un cavallo simboleggiano i doveri della fratellanza nella fede e nelle armi che univa sia i Templari tra loro che ogni cavaliere al suo scudiero / apprendista. Mai soli, sempre insieme, almeno in due per qualsiasi missione, per supportarsi e consigliarsi. I Maestri avevano grande potere discrizionale ma nella regola (se sei curioso puoi leggerla cliccando qui) persino loro erano invitati a consigliarsi con i fratelli più saggi o a indire una assemblea plenaria per le questioni più importanti. Il Beauceant ,che non compare nella serie Netflix, era il vessillo templare, frutto di una profonda elaborazione: su un vessillo metà bianco e metà nero si staglia una croce greca rosso vivo. Uno dei siglificati era che i Templari erano chiamati a meditare e discernere il bene dal male, riconoscere il male per poterlo combattere. Nelle chiese di ispirazione templare spesso si costruivano le facciate con due colori (chiaro e scuro) per ripetere lo stesso concetto: la reale esistenza del Bene e del Male e la necessità di separarli per poter agire rettamente. La croce rossa, greca come ho ricordato prima, oltre a simbolo della fede cristiana è anche simbolo dello sforzo che ogni templare mette nel trionfare sul male fino a sacrificio del suo sangue.
Nella serie ci sono molti strappi narrativi e falsi storici (come le gite del papa Bonifacio VIII a Parigi e il suo assassinio per mano del giurista Guglielmo de Nogaret) ma queste licenze arebbero anche potuto avere un senso se avessero rafforzato la narrazione. Nella seconda serie il Graal sparisce nel nulla e con esso la misteriosa fratellanza saracena che sembrava quasi onnisciente e onnipresente nella prima. Inoltre Landry ottiene il perdono e la riammissione come "iniziato" ovvero novizio nella casa madre dei templari. Accanto a giovani aspiranti templari si sottopone ad aspre prove fisiche e ad un pessimo rancio. Manca del tutto la formazione religiosa, i doveri quotidiani della preghiera e i simboli della luminosa fede di stampo giovanneo dei Templari. Mancano le letture sacre durante i pasti ed è onnipresente il crocifisso con Gesù esanime. Su questa forte insistenza del dolore e l'autopunizione nel culto va fatta una importante premessa: la fede templare, influenzata da quella cistercense, adorava il Cristo Pantocratore, Signore dell'Universo sceso in terra per riportare a sè i suoi figli dispersi, dando loro l'opportunità di divertare fratelli e di elevarsi fino a fare cose ancora maggiori di lui in terra. La croce fa solo parte del percorso e nelle chiese templari stava su un lato, tappa del persorso salvifico, tappa che ogni uomo deve affrontare e superare, come è scritto nel vangelo "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua."(Matteo 16,24). Al centro dell'iconografia templare c'era, sarete sorpresi, la Madonna col Bambino e in seconda battuta Maria Maddalena. Due Donne simbolo dell'Anima che si converte (la Maddalena) fino alla purificazione completa (Maria anima cosciente e intoccabile dal peccato) e genera lo Spirito (il Bambino).
Landry invece riceve con gli altri novizi un addestramente militare che nella regola viene dato per scontato. Ovvero aderiscono all'ordine uomini già addestrati alle armi, cavalieri fatti. Era fatto esplicito divieto di ammettere all'Ordine ragazzi: chi aderiva doveva essere già un combattente abile e pronto alla lotta. Inoltre potevano essere accettati cavalieri (e relativi scudieri) con voti temporanei, anche uomini sposati potevano partecipare per un periodo al servizio militare templare per poi tornare alla vita mondana. Ma solo i veri templari, con voti perenni potevano vestire la veste bianca e fare carriera nell'Ordine. Bene qui finisce questa recensione schietta di Knigtfall: sono soddisfatto di aver spezzato una lancia a favore di quegli uomini pieni di fede e di saggio senso pratico.

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