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lunedì 11 dicembre 2023

Premiazione del concorso Scopriamo le barene con Amico Giardiniere

Sabato 16 dicembre ore 9.00-11.00

presso l'Auditorium San Nicolò a Chioggia

Premiazione del concorso Scopriamo le barene con Amico Giardiniere

Tutti i partecipanti, gli insegnanti, i genitori e i concittadini sono invitati alla premiazione in cui vedremo tutti i lavori in concorso delle scuole partecipanti di Chioggia e Codevigo. Avremo ospite l'Assessoressa Serena De Perini per i saluti istituzionali. Il presidente di Amico Giardiniere Francisco Panteghini farà una carrellata sui 10 anni di passione per la natura della nostra associazione!

Il ricercatore dott. Jacopo Richard di Veneto Agricoltura interverrrà sulla conservazione delle barene. Il giovane ornitologo Pietro Scarpa darà un contributo sull'avifauna lagunare. Poi si terranno le premiazioni con gli altri membri della giuria Nella Talamini e Paolo Penzo e le aziende sponsor presenti: BANCA DELLA MARCA, DARSENA SPORTING LE SALINE, AUTOFFICINA E CENTRO REVISIONE BERGO, BRAGOZZI ULISSE, GIOIELLERIA PERINI. Ringraziamento finale al partner Veritas

giovedì 12 ottobre 2023

Beril e le barene scomparse

PREMESSA

Beril, genietto poliziotto, è un personaggio inventato da Mario Chiereghin (Chioggia 1898-1982), maestro elementare chioggiotto e scrittore di racconti e poesie. Cattolico praticante, attivo a Chioggia a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, dagli anni Cinquanta ha pubblicato una decina di libri illustrati per ragazzi e la raccolta di poesie “Congedo”. A lui è stata dedicata la nuova scuola elementare di Borgo S.Giovanni grazie anche all'interessamento del preside Erminio Bibi Boscolo, che fu da ragazzo suo appassionato lettore.

I suoi racconti sono ancora molto godibili e la serie dedicata alle investigazioni del “genietto poliziotto Beril” approcciamo in mod fresco le competenze naturalistiche. Si distaccano dalle fiabe perché qui ad essere protagonista non è un giovane eroe o eroina ma un piccolo spirito della natura che cerca la verità sui misteri e i piccoli misfatti della vita del prato, dialogando con insetti e altri animali. Una lettura caldamente consigliata e che la biblioteca Sabbadino di Chioggia custodisce. In occasione del concorso SCOPRIAMO LE BARENE CON AMICO GIARDINIERE (iscrizioni entro 21 ottobre) ho deciso di rendere omaggio allo scomparso collega con una nuova avventura che, dal tranquillo prato di campagna dove vive, proietta Beril, il famoso investigatore, a risolvere un mistero ancora più intricato tra le barene della laguna sud. Il racconto però mi è rimasto incompiuto per un crampo alla penna, forse qualcuno dei miei giovani lettori saprà svilupparlo e portarlo a miglior compimento! Buona lettura,

prof. Francisco Panteghini

Beril e il mistero delle barene scomparse

Un'ombra improvvisa

Il sole era già alto quando sul prato accanto al filare di vecchi gelsi improvvisamente calò l'ombra massiccia di un superbo esemplare di Volpoca. L'anatra non perse tempo in convenevoli e marciando in giro per il grande prato starnazzava con un senso di urgenza. Pochi conoscevano il suo linguaggio, tanto raro era l'arrivo dei suoi simili così lontano dalla laguna. Da quel poco che si capiva pareva che ci fosse urgenza e che cercasse il folletto Beril. Gli acuti sensi del nostro amico Beril avevano colto subito la planata massiccia dell'animale, così raro nei suoi territori. Mentre, con apparente negligenza, sospendeva il piccolo riposo, inforcava il berretto conico a punta e si legava l'affilato fioretto al fianco, Beril tendeva le orecchie aguzze per decifrare la strana parlata dell'animale, un maschio dal becco rosso carminio acceso. Quando fu pronto volteggiò planando dal gelso dove si trovava verso il centro del prato.

Gli insetti, le rane, i topi di campagna messi in agitazione dagli starnazzi della volpoca e dal suo inquieto procedere, erano sfuggiti per poi riunirsi in capannelli vocianti che si tacquero vedendo Beril in tutto il suo splendore avanzare baldanzoso e sorridente verso l'animale che, a confronto suo, era un gigante: dalla punta del cappello alla punta aguzza dei suoi stivaletti rossi il folletto misurava sì e no 30 formiche giganti nere messe una sull'altra. Cosa avrebbe potuto mai fare contro quell'anatra apparentemente impazzita? Arrivato a poco meno di un metro Beril scalò con abili balzi, degni del re dei grilli, una pianta di malva costellata di fiori. Pose le mani ad imbuto e lanciò un richiamo, in perfetto volpochese: “Qua qua sono qua! Chi mi cerca e qua qua qua perché?”

Stupito di sentirsi chiamare nella sua lingua l'anatra si volse verso di lui stupita e i suoi occhi bruno-noce scuro inquadrarono lo sguardo allegro del folletto. Preso da un certo timore la volpoca avanzò lentamente ancheggiando verso di lui. Beril potè ammirarne la livrea, quella di un maschio di volpoca nel pieno del suo vigore, di 4 o 5 inverni. La testa, il collo e il centro del petto erano di una lucente tonalità verde-scura, aveva un largo collare e le penne remiganti dell'omero rosso-cannella, le altre remiganti grigio-nere, il sottocoda era gialliccio e per il resto il piumaggio era di un candido bianco quasi abbagliante in quel mattino di tarda estate. Abbassò il capo sempre fissandolo e, avendo ricevuto un cenno del capo dall'ometto vestito di rosso, iniziò: “Qua quanto tempo che ti sto cercando! Qua quasi disperavo che tu non vivessi più qua. Qua qua abbiamo bisogno di te!” “Da quando in qua voi volpoche siete sotto mia giurisdizione, non sai forse che il mio compito è vegliare queste terre fin laggiù al grande fosso? Che cosa ti sei messo in testa?”

“Il folletto della barena di S.Michele Astor mi mandato: di anno in anno la terra si restringe e temiamo che presto venga la fine… vieni a consigliarci cosa fare astuto Beril!” “Astor? Non lo vedo quasi da mezzo secolo! Mi hai incuriosito… verrò con te, ma prima: come ti chiami?” “Io sono Quaquasimodo, dalla scorsa primavera capo squadriglia della migrazione del branco V57”, detto questo abbassò la testa fino a terra e offrì il collo a Beril che agilmente saltò in groppa mentre tutti gli abitanti del prato si avvicinavano stupiti: da molto tempo infatti il folletto non lasciava quelle terre e ci dovevano essere dei gravi motivi per farlo. Beril sventolò il cappello rosso in alto salutando festosamente: “tornerò presto cara gente! Rigate dritto fino al mio ritorno se non volete pentirvene. Quaquasimodo prese una piccola rincorsa e balzò prendendo quota con lente falcate e dirigendosi verso nord.

Il grande volo

Era ormai mezzogiorno e il calore dell'estate morente permeava ed il sole splendente abbacinava la vista. Il volo si era fatto sicuro ma affrettato, trasmettendo nuovamente quel senso di urgenza. Da tempo Beril non veleggiava a quelle quote, ma la sua natura curiosa di folletto non conosceva la paura e quindi si dispose ad osservare e imparare quante più cose potesse. Le case degli uomini si erano moltiplicate a dismisura e il nastri grigi che le univano erano dilagati ovunque coprendo interi campi, prati, fossi, boschetti di cui non restava traccia alcuna. Dappertutto le loro scatole metalliche di ogni forma e colore scorazzavano, strombazzavano e insozzavano l'aria. Grigi spiritelli deformi si aggiravano senza meta e senza speranza ora che piante e animali di cui si dovevano prendere cura non esistevano più.

Beril distolse lo sguardo: la libertà degli esseri umani provocava danni di cui nemmeno si rendevano conto. Iniziarono a perdere quota e, oltre l'argine lagunare che separava la Brenta dalla grande laguna ecco apparire le macchie timidamente violacee delle tarde fioriture del limonio in barena. Un macchia nero carbone attirò subito l'attenzione e Beril chiese alla volpoca di sorvolarla. “Andiamo proprio lì” si sentì rispondere. Prato e alberi erano stati lambiti da un incendio, le erbe erano completamente incenerite, alcuni alberi invece conservavano sulle cime qualche rigoglio ramo che lasciava sperare in una futura ripresa. Quaquasimodo fece un paio di giri starnazzando e poi atterrarono sulla strada inerbita accanto al terreno bruciato. L'incendio sembrava essersi fermato nei pressi di una vecchia casa cadente e di un massiccio e severo edificio grigio, pieno di ferro e cemento. Per il resto a fare da argine al fuoco erano state proprio le strade che circondavano l'appezzamento. Chissà cosa aveva fermato le fiamme verso gli edifici. Beril stava per avventurarsi tra le ceneri quando un fischio allegro lo distolse: pur essendo un folletto come lui Astor negli anni aveva assunto una fisionomia piuttosto differente: la carnagione era di un bell'incarnato olivastro, le vesti e il cappello conico sgualcito erano color vinaccia e, cosa che infastidì Beril, portava una collana e bracciali fatti con pezzi di plastica colorata, materiale prodotto dagli umani che stava creando sempre più problemi a piante e animali.

“Beril benvenuto! Come te la passi nel tuo noioso prato dei gelsi? Ho pensato che avresti accettato volentieri una rimpatriata qui da me, a vedere come il mondo cambia in fretta e a darci un aiuto con le tue doti da investigatore!” “Caro Astor, vedo che ti sei messo alla moda dei grandipiedi e trascuri le nostre tradizioni…” L'altro restò un momento interdetto poi, con la sfrontatezza tipica dei folletti, replicò: “Qui a contatto con le maree e i venti devo confrontarmi ogni giorno coi “grandipiedi” come li chiami tu, non vivo certo in qualche albero incantato fuori dal tempo! Ma smettiamola di battibeccare come due gazze! Ti ho chiamato perché di anno in anno qui la situazione peggiora e non riesco a capire cosa fare...”

“E va bene, raccontami in dettaglio quello che sai e poi ci metteremo all'opera” “Questo incendio si è scatenato ieri all'improvviso, prima dell'alba e se non fosse stato per gli umani dagli scatoloni rossi che l'hanno spento dopo alcune ore tutto qui sarebbe stato devastato. Non era mai successo un fatto del genere, circondati come siamo dalla laguna non ho alcuna memoria di incendi di questa portata.” “Forse sono stati proprio i grandipiedi ad appiccarlo...” “Ma se poi lo hanno spento proprio loro!” “Chi viveva in questo prato prima dell'incendio? Cominciamo a interrogarli per capire cosa è accaduto” “Giusto Beril, seguimi!” e in un baleno il folletto si trasformò in un mulinello di vento che attraversava il terreno bruciato sollevando cenere. Beril sorrise e si traformò a sua volta in un mulinello lanciandosi all'inseguimento. Il prato era devastato, rovi e arbusti disseccati e spogli ma il cuore dei ciuffi d'erba e le radici sembravano intatte e pronte e rigenerarsi. Purtroppo alcuni insetti non erano riusciti a fuggire in tempo, le lumache in particolare erano state sterminate. Si fermarono sotto ad un pioppo nero, che era riuscito a proteggere le sue cime dalle fiamme. Sentivano il pioppo lamentarsi mentre inviava nuova linfa e toccava le zone più esterne intaccate dal fuoco.

“E' troppo intento a leccarsi le ferite” esclamò Beril “non ne caveremo nulla… però forse qualcuno che abitava qui ci potrà essere di aiuto” “Ma di chi parli?” “Guarda la forcella più alta… un corvide stava preparando il nido, sai chi era?” “Certo: una coppia di cornacchie, Marilla e Turizzo ma non le vedo da ieri. Hanno gracchiato attorno all'incendio per una buona ora per dare l'allarme poi sono andate via.” “Forza allora mobilita i tuoi amici volatili e trovale” “Questa è musica per le mie orecchie!” esclamò Astor correndo su per il tronco dell'albero ed iniziando a gorgheggiare un decine di richiami diversi. In pochi minuti il cielo si riempì di garzette, cormorani, passeri, aironi guardabuoi, svassi, cavalieri d'Italia, germani reali, pettegole ed altri. Ascoltarono le richieste di Astor e poi si divisero in ogni direzione.

Esplorando la barena

“Mentre aspettiamo che le trovino ci sono altre questioni per cui mi hai convocato? Non sta bene lasciare il proprio posto di lavoro a lungo...” “Certo Beril, so che sei sempre zelante, vieni con me”. Tornarono a mutarsi in mulinelli d'aria e velocissimi arrivarono all'argine oltre il quale si stendeva la quieta barena. I colori del prato, verdi e gialli dopo l'estate torrida, digradando verso la laguna salata lasciavano il posto a tonalità di verde grigio violetto marrone. Lì si entrava in un altro mondo: quello sommerso dalle alte maree della laguna dove solo poche piante erano in grado di resistere alla presenza del sale. La vegetazione però non si presentava compatta: in più punti era attraversata da sentieri calpestati e poi c'erano grandi spiazzi innaturali. Percorsero velocemente uno dei sentieri, portava le inequivocabili tracce pesanti dei grandipiedi che sembravano attraversare la barena verso punti precisi. Si fermarono poi in uno degli spiazzi: la marea e il vento avevano lisciato ogni cosa e cancellato quasi ogni traccia. Beril girò tutt’attorno e mentre Astor spiegava: “Gli umani vengono qui a cacciare le anatre, a raccogliere vongole o pescare, calpestano e sporcano come se non fosse anche casa loro…”

“Questo spiega i sentieri, qui le impronte sono pesanti ed evidenti anche ora, ma qui al centro?” “I gabbiani reali si sono alleati con gli umani, si stanno moltiplicando a dismisura e i loro stormi cercano sempre nuovi punti di sosta e nidificazione eliminando completamente la vegetazione” “Dunque gli umani nutrono e proteggono i gabbiani come fanno con le galline o i maiali?” “Non so esattamente che rapporto ci sia tra loro ma so che frequentano la loro città ogni giorno ed hanno persino cominciato a parlare come loro!” “Non avevo mai sentito che un nobile gabbiano reale si fosse fatto addomesticare, voglio saperne di più Astor!” “Va bene Beril, ma volevo mostrarti ancora alcune cose che purtroppo negli ultimi anni sta danneggiando la barena. Come sai uno dei compiti di queste terre è filtrare l’acqua e trattenere i detriti, contribuendo a far crescere nuove isole nel tempo ma vieni a vedere ora cosa succede…”

Così i due folletti si avventurarono cautamente nella vegetazione, saltando agilmente i piccoli ghebi seminascosti. Il profumo delicato di sale, la fioritura del limonio e l'aroma della salicornia li avvolsero donando una sensazione di benessere e pienezza. Beril notò che, avvicinandosi alla laguna sembrava sempre più di camminare su un terreno cavo, con strani scricchiolii sotto i suoi piedi leggeri. Ogni tanto emergevano resti di oggetti dei grandipiedi, poi intere sacche di materiali colorati ed oggetti rotti: ciabatte, retine, pezzi di scatole di varie forme e colori, teli trasparenti e frammenti di buste, bottiglie di ogni tipo di quel brutto materiale leggero e resistente che da 50 anni i grandipiedi si ostinavano ad usare al posto del vetro o del metallo. Lo scenario si faceva sempre più desolante e arrivati al limitare della barena, mentre Astor taceva visibilmente afflitto, un nuovo cupo scenario si presentò agli acuti occhi del folletto poliziotto: qualcune sembrava aver strappato tutto il lemo di terra e la spiaggetta che un tempo circondavano la barena, le piante più esterne avevano le radici penzoloni nell’acqua come se un potente fiume avesse eroso per metri e mtri l’antico limite.

Beril stentava a crede ai suoi occhi: non vedeva segni delle pesanti scatole metalliche galleggianti dei grandipiedi e nemmeno altri segni evidenti della loro presenza. “Ma chi si è mangiata tutta questa terra?” “Negli anni le onde si sono fatte sempre più forti, anche in assenza di vento, e credo che sia tutto collegato al passaggio sempre più frequente delle scatole galleggianti dei grandipiedi, più grandi e veloci di un tempo.” “Forse possiamo capire qualcosa di più osservando tutto dall’alto e seguendo qualcuna di queste diavolerie… voglio parlare coi gabbiani reali, visto che conoscono così bene i grandipiedi.” Astor si rianimò: “Andiamo a tutta forza in forma di vento per superare quel canale e arrivare sull’isola dei monaci”

Alla ricerca di testimoni

Due strani mulinelli di vento scossero la vegetazione diretti verso nord e, prendendo la ricorsa, si lanciarono in un lungo salto verso l’isola vicina, che era circondata da un’ampia barena, al centro la quota aumentava ed ospitava un ricco prato di graminacee e qualche tamerice. Beril poco avvezzo a quel genere di acrobazia arrivò tutto inzuppato, mentre il folletto delle barene lo punzecchiava: “A girare per il tuo prato sei un po’ fuori allenamento eh? Com’era l’acqua? Ti mancava un bel bagnetto nelle acqua salmastre?” “Nulla di grave su…volevo solo pulirmi dalla polvere... dove sono questi gabbiani?” Non ci fu bisogno di alcuna risposta perché due grossi gabbiani reali appostati a guardia del territorio della colonia si alzarono in volo ad una ventina di metri ed iniziarono a roteare e gridare minacce gli intrusi.

“Via via caveve via!” ”Bepi astu visto i foletti?” “Via via caveve via anca voialtri” Beril cominciava ad innervosirsi e portava già la mano allo spadino, non era certo abituato a farsi trattare così! Lui che custodiva l’ordine nelle sue terre! Astor invece, avvezzo ai modi un po’ sgarbati e alla parlata dei gabbiani sempre più simile a quella degli umani, iniziò ad apostrofarli in un modo tutto particolare, con sorpresa del folletto di campagna: “Calmeve crocai! Qua gavemo Beril, el foleto polisiotto, che ne darà na man coi misteri dela barena! Venì qua che ne parlemo” Dopo qualche altro grido minaccioso i gabbiani atterrarono guardinghi a un paio di metri da loro, impeccabili nelle loro livree grigio bianche, coi becchi aguzzi e gialli e gli occhi duri. “Co gero pulcin mia mama me conteva storie de sto Beril, adesso come podaravelo essere ancora elo, cossì sovane che a zè?” Beril si rianimò improvvisamente e si fece avanti: “Messer Gabbiano lieto che tu abbia sentito parlare di me, sono stato convocato per aiutare gli abitanti della barena e il loro folletto guardiano e credo che voi possiate darmi risposte preziose” “Ma come parlelo sto qua, cugin?” Lo derise il gabbiano più vicino. “Ah ah Toni! Saralo venuo da Padova? Gran dottori quei…” Beril non pose altro tempo ad ascoltare i loro starnazzi di irrisione e balzò sul gabbiano più vicino punzecchiandolo con lo spadino!

E quando quello provò a scrollarselo e volar via gli si avvinghiò al collo fino a punzecchiargli le palpebre e minacciando di cavargli gli occhi, intimando con forza di star fermo e calmo. Mogio mogio il gabbiano si accovacciò immobile e col capo basso. “Picolo e cativo sto foleto rosso, cugìn!” lo canzonò l’altro! “Non ho tempo da perdere con la vostra maleducazione, ricordatevi che, finchè vivrete qui sarete tenuti a collaborare con noi custodi della natura anche se vi siete fatti addomesticare dai grandipiedi” “Via cugìn no se gavemo fati domesticare niente! Andemo tuti i dì a prendere el pesse dai bateli o in pescaria e poi femo merenda dove che se muce le scoasse” “Le scoasse? E cosa sarebbero?” “Gli scarti” interloquì Astor “gli umani producono enormi quantità di scarti di cibo, oggetti rotti o anche solo vecchi… sono quelli che abbiamo visto anche in barena” “Dunque vi mangiate quello che loro sprecano?” “Ghe sé roba bona anca e il pesse megio che ghe sia, sia nostrano che foresto!” “E perché ci sono così tante “scoasse” anche qui da noi? Chi ce le porta?” “La sevente le porta e qualche caciatore” “E chi sarebbe questa sevente?” Il gabbiano malmenato spiegò ora pazientemente : “la sé la corente che vien dal mare e inonda la laguna, quela che alsa el livelo. Rancura tute le scoasse che i bute o che i perde i omeni e le porta qua o fora in mare”. “Dunque solo loro possono risolvere il problema…” “Le sirene ghe prove a muciarli in qualche canton e qualche omo strano rancura e porta via ste scoasse, ma i sé mondo puochi!” continuò il gabbiano reale. “Molto interessante! Alcuni uomini quindi si sono accorti del problema… e cosa mi sapete dire del furto di interi settori delle barene? Chi se li mangia? Un gigante melmoso?” “I bateli! Pì che i cresse de numero e potensa e pi che desfa le barene e le rive” Astor intervenne “Bepi sostiene che siano le barche a creare il problema” “E come sarebbe possibile? Mica approdano in barena!” “Foleto de teraferma come podé capire la laguna? Col batelo va avanti verse l’acqua e crea onde strane, inaturali, cative, che se magna un dì dopo l’altro tute le rive.” E gabbian Toni aggiunse: “Per quelo che i omeni mete pali e sacchi a protesion. I à capio el problema ma non i vuole prendere la decision de cambiare mezzi”. “Ancora una volta quindi tutti questi problemi sembrano nascere dall’agire dei grandipiedi, dovendo rispettare la libertà che il Creatore gli ha dato temo che potremo fare ben poco…”

Un aiuto dal sud

Astor nel frattempo sembrava distratto da qualcosa, una macchia nera in volo da sud… il folletto iniziò a modulare il richiamo della cornacchia ed in pochi minuti un bell’esemplare di cornacchia maschio atterrò a fianco a loro. “Turizzo! Come stai? E tua moglie?” “E’ spaventata e sfibrata dall’incendio di ieri, sono venuto a cercarti perché mi è stato detto che avevi bisogno di me” “Questo è Beril, il famoso folletto poliziotto, per aiutarci a risolvere i misteri della barena” La cornacchia si inchinò rispettosa. “Buongiorno Turizzo. Vorrei sapere di più su questo strano incendio. Non sembra che sia nato naturalmente…” “Non credo nemmeno io signor Beril. E’ scoppiato improvviso e si è diffuso velocissimo in tutta la zona” “Raccontami quello che hai visto e sentito…” “Prima dell’alba io e mia moglie riposavamo sul nostro pioppo e aspettavamo belli belli il chiaror del sole. Io avevo un certo appetito e non vedevo l’ora di mangiarmi qualche mora… Abbiamo il sonno leggero e, ora che ci penso bene, mi ero scosso per aver sentito arrivare una delle scatole metalliche degli umani. Poi silenzio, forse un pescatore che adava in barena. Improvvisamente il bagliore del fuoco, che invase velocemente parecchi metri. Incredibile, non avevo mai visto un fuoco divampare in quel modo. Così ci siamo scossi e abbiamo chiamato aiuto e dato l’allarme ma le erbe secche hanno ceduto il passo velocemente trasformandosi in ceneri fumanti.” “Ma quel rumore che avevi sentito all’inizio, di quell’umano… l’hai più sentito? Sei il primo testimone che mi parla della sua presenza.” “A pensarci bene tra il fumo e le fiamme ho visto una scatola mobile che se ne andava in fretta”

Tempo di agire

Beril spiazzò tutti: “Mi sembra che sappiamo abbastanza quindi! E’ tempo di agire! Astor raduna stasera al tramonto tutti i nostri amici in barena e tu, messer gabbiano , portami a conoscere questi umani che raccolgono le “scoasse”, mi hanno incuriosito. Forza nelle ali messer Toni!” Il gabbiano reale non se lo fece ripetere due volte e aprì le potenti ali in rapide falcate, guadagnando poi la rotta verso la città degli uomini. Le case e le colate grigie erano dilagate ovunque lasciando solo qualche albero e piccolo prato, ma al centro della città splendeva uno specchio d’acqua dalle qualità meravigliose, un cuore luminescente nel sole del pomeriggio. “Cos'è quello?” “A sé el Lusenso sior Beril… un toco de laguna che sé na maravegia” Beril intuì la vita marina che pullulava sotto le sue acque mentre le gradazioni della luce riflessa sembravano irradiare di bellezza e serenità tutte rive intorno.

Beccheggiando tra canali e approdi ci volle oltre un’ora per individuare gli uomini strani che pulivano la laguna. Il gabbiano atterrò su un tetto di fronte all’approdo della loro barca, piccola e colorata con anche foto della città e il disegno di un leone rosso rampante. A fatica Beril riuscì a leggere, che non amava molto le lingue umane: Cuore di Laguna. Due uomini erano affaccendati a pulire la barca e rassettare retini e sacchi. Uno era alto e forte, nonostante i radi capelli bianche aveva il viso sorridente e un simpatico pizzetto a mento. L’altro era stempiato e serioso, con una barbona bianca e nera. Li ascoltarono scambiarsi qualche battuta: il primo si chiamava Paolo e il secondo Fransi. Pare che il più anziano fosse anche più alto in grado. Avevano raccolto alcuni sacchi di immondizie ripescate e ora si apprestava pulire la barca con cura. I sensi acuti di Beril si accorsero che i due emanavano una luce particolare, diversa dal solito caleidoscopio delle anime umane a cui era abituato: era come se i loro colori fossero più stabili e più caldi. Forse potevano essere gli interlocutori giusti per inviare un messaggio a tutti gli altri grandipiedi distratti o rabbiosi.

lunedì 29 maggio 2023

1914: l'Italia al bivio tra pace e guerra. Cosa possiamo imparare oggi da quei fatti?

Quando l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia, col sostegno della Germania, il governo italiano dichiarò la sua neutralità, sostenendo a ragione che la Triplice Alleanza era squisitamente difensiva e quindi non impegnava il nostro paese in caso di aggressione verso paesi terzi. Notate la somiglianza col caso odierno dell'Ucraina aggredita dalla Russia, dopo 8 anni di guerra civile e dopo la secessione della Crimea che si è unita alla Federazione Russa già nel 2014. Essendo esclusa dalla Nato, al contrario delle repubbliche baltiche ex sovietiche, l'Italia non ha obblighi nel difenderla ma la volontà americana di piegare l'avversario russo ci sta spingendo in una continua escalation: schieriamo truppe nelle vicinanze, forniamo armi e munizioni a spese dei contribuenti italiani (violando la costituzione e svariate leggi), forniamo "istruttori" per queste armi e ora finanzieremo anche la ricostruzione del paese. Nel 1915 il governo italiano, col sostegno del re e di molti settori militari e nazionalisti, firmò un accordo segreto, il Patto di Londra, che la impegnava ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa anche se il parlamento era in maggioranza orientato per il mantenimento della neutralità (ovvero della pace). Cerchiamo di capire quali forze agirono in quei mesi il nostro Paese nell'"inutile strage" come la definì il Papa Benedetto XV il 1° gennaio 1917.

I neutralisti erano una larga maggioranza della popolazione e comprendevano molte organizzazioni e parlamentari che era di fatto la maggioranza, questo non impedì al re Vittorio Emanuele III e al governo Salandra di intavolare trattative con Francia e Gran Bretagna. Ricordiamo inoltre che la lotta delle classi popolari per partecipare alla vita politica ed ai diritti aveva appena fatto approvare la nuova legge elettorale col suffragio universale, tutti i maschi adulti potevano votare. Si affacciava anche in Italia la "società di massa", dove anche i contadini analfabeti diventavano soggetti politici. Per i politici liberali era una situazione nuova di difficile, per questo si affermarono sempre più partiti di tipo moderno, organizzati per mobilitare migliaia di persone: i socialisti e i cattolici popolari. I liberali, capeggiati dal famoso Giovanni Giolitti, ritenenevano che la guerra sarebbe stata lunga, che l’Italia non era pronta dopo la guerra di Libia(1912). Gli affaristi sostenevano che non entrando in guerra le industrie nazionali avrebbero potuto rifornire entrambi gli schieramenti traendone profitti maggiori. Infine si sosteneva che, in cambio della neutralità italiana, l’Austria avrebbe concesso all’Italia le famose terre irredente: Trento e Trieste. I cattolici erano compatti attorno a papa Benedetto XV che affermava che i costi sarebbero gravati sui poveri e la guerra iniziata tra popoli cattolici era inaccettabile. Inoltre fece un appello per la pace incondizionata in tutto il mondo. I socialisti, seguaci di Turati, rimanevano in linea con i principi della Seconda Internazionale: le guerre erano volute dai padroni borghesi e portavano alla morte operai e contadini che oltre alla vita perdevano la forza di lottare per i propri diritti.

Il campo dei fautori della guerra all'Austria era numericamente inferiore nel 1914 ma seppe coinvolgere numerose personalità di spicco capaci di spaccare la compattezza dei neutralisti dall'interno. Si erano subito schierato per l'intervento sua "altezza" (era alto 1,53 cm e più che un monarca, citando Paolini, era mezzo re, un mona insomma) re Vittorio Elamuele III che riteneva che un’eventuale vittoria avrebbe consolidato il suo potere. Quello stesso re nel 1922 avrebbe affidato il potere al nascente fascismo di Mussolini quando avrebbe potuto ancoras troncarlo. Grazie alle nonne e ai nonni italiani che votarono per la Repubblica nel 1946 e per l'esilio di siffatta dinastia. Salandra, con l’entrata in guerra, avrebbe potuto scavalcare il parlamento dando maggiori poteri all’esecutivo e sopprimendo le scomode libertà civili dei ceti subalterni. I Nazionalisti ritenevano che era importante intervenire perché in ogni caso l’Italia ci avrebbe guadagnato. Tra di loro aveva militato il famoso Gabriele D’Annunzio, fuggito in Francia per sfuggire ai debiti, che tornerà in Italia per animare una serrata propaganda prezzolata da una cordata di industriali e finanzieri francesi e italiani. Gli scrittori e artisti futuristi di Marinetti, molto legati a Parigi (qui Marinetti pubblicò ad ese. il noto manifesto dei futuristi), si schierano a favore della guerra per "rinnovare" con la guerra, la macchina e la velocità la società italiana. Vari gruppi di industriali che dalla guerra avrebbero tratto vantaggi economici, procurando armi, armature e altre cose utili agli approvvigionamenti si convinsero a finanziare la propaganda interventista. Questi interessi economici sono stati ben studiati ma poco presenti nella didattica e nella divulgazione.

Il caso più noto di corruzione e impiego di ingenti risorse economiche a favore della propaganda interventista fu quello del socialista Benito Mussolini, direttore del giornale di partito L'Avanti, e in poche settimana fondò un novo giornale: Il Popolo d'Italia, finanziato in gran parte da capitali francesi. Dalle sue colonne ebbe buon gioco a rompere l'unità dei socialisti, da cui proveniva, contro la guerra e farli sempre più apparire come nemici dell'Italia. Questo è un passaggio chiave: la propaganda riuscì a etichettare tutti i neutralisti come "nemici interni", togliendo autorevolezza e cercando in ogni modo di dimostrare che aspiravano a raggiungere il potere sacrificando il vero bene italiano, identificato con la lotta degli irredentisti triestini e trentini (come il famoso Cesare Battisti). Inoltre si moltiplicò la presenza di "interventisti democratici" come Salvemini che sostenevano necessaria la guerra contro imperi antidemocratici. Al loro richiamo accorse ad esempio il poeta Giuseppe Ungaretti. Infine alcuni sindacalisti come Leonida Bissolati sostenevano l'intervento per poter armare gli operai ed organizzare una rivoluzione contro la classe dirigente borghese.

Il più formidabile ostacolo alla dichiarazione di guerra era la leadership del liberale Giolitti, esperto in manovre parlamentare e accreditato presso tutti i partiti come uomo capace di mediare e costruire accordi solidi. Egli era stato uno dei protagonisti del superamento della crisi del 1898-1900 in cui manifestazioni erano state represse nel sangue, in cui lo stesso re Umberto I eran stato assassinato dall'anarchico Bresci. Giolitti non era un pacifista ma sosteneva che la guerra sarebbe stata lunga e che il paese non era in grado di affrontarla. Egli fu oggetto di una campagna dengratoria e di vere e proprie minacce di gruppi nazionalisti tanto che la sua casa di Roma venne presidiata dall'esercito. Giolitti si rese conto col passare dei mesi che il re era schierato a favore dell'intervento e che gli spazi di manovra per tenere l'Italia fuori dal conflitto si riducevano. Dopo la firma del patto segreto di Londra la situazione venne fatta precipitare in fretta con il governo Salandra che rimise il mandato al re, vista l'ostitlità del parlamento alla ratifica. Per tutta risposta il re gli confermò l'incarico, le piazze furono occupate anche con la violenza dai gruppi interventisti ben finanziati e organizzati, tra cui spiccò l'incendiario e prezzolato Gabriele D'Annunzio e Giovanni Papini. Intimoriti o apertamente minacciati quasi tutti i pralamentari si disposero a seguire la volotà regia e votarono a maggioranza per la dichiarazione di guerra.

Un folto gruppo di deputati socialisti si astenne dal voto col motto "nè aderire, nè sabotare", di fatto dimostrando la debolezza della sinistra italiana dell'epoca che avallò nei fatti l'inizio del conflitto. Quando il dibattito si polarizza e si semplifica in pro e contro qualcosa tutti quelli che voglio trovare una posizione di mezzo vengono travolti da chi ottiene la maggioranza. Speriamo che oggi questa terribile esperienza sappia motivare a prendere consapevolemnte posizione valutando davvero le conseguenze di un conflitto atomico in Europa e all'insostenibile politica americana di distruggere la Russia ad ogni costo. Solo acogliendo invece questo paese, come abbiamo fatto con gli altri paesi ex sovietici, a pieno nelle trattative e nella cultura europea possiamo costruire un'Europa di pace: per disarmare la Russia dobbiamo riconoscerne gli interessi e poi, con fermezza, costruire un serrato dialogo da Europei con Europei, distanziandoci dagli interessi statunitensi che sono disposti a sacrificare l'Ucraina e gli altri paesi europei nella loro rincorsa per rimanere potenza egemone mondiale.

martedì 25 aprile 2023

Si vis pacem para bellum?

Luoghi comuni
Si vis pacem para bellum?

In questo periodo è difficile non parlare di guerra, purtroppo, e spesso viene citata la frase latina “Si vis pacem para bellum”. La traduzione è “se vuoi la pace, prepara la guerra” ed è attribuita allo scrittore romano Publius Flavius Vegetius Renatus, pare vissuto sotto l'imperatore Teodosio nel IV sec. d.C. quello che, per capirci, rese il cristianesimo unica religione ufficiale con apposito editto (Tessalonica 380 d.C.). Pare che Vegetius gli abbia dedicato il suo trattato sulla guerra, riscoperto dagli umanisti alla fine del 1400.

Eppure questa frase avrebbe potuta dirla il pagano Augusto quattro secoli prima perché esemplifica l'unica forma di “pace” concepita dall'imperialismo romano: la superiorità militare. Nella vita privata come in quella di stato l'unica garanzia all'assenza di conflitti è disporre di una forza superiore e usarla spietatamente quando è opportuno. L'imperatore Augusto aveva proclamato la “pax romana” a cui aveva intitolato un tempio, l'Ara Pacis a Roma, nel 9 d.C.

Quando l'imperatore era in guerra le porte del tempio venivano chiuse, quando festeggiava a Roma le vittorie erano aperte. “Pace” dunque come intervallo tra le guerre, che in italiano si dice “tregua”. Per i Cristiani invece la Pace è innanzitutto quella interiore, vero dono di Dio, da cui poi scaturisce un'attitudine al bene che si fa operosa costruzione di relazioni armoniose e quindi pacifiche con gli altri. La Pace non è il contrario della guerra, non è vita passiva ma continua tensione a creare qualcosa di buono e giusto da condividere con gli altri. Allo stesso modo la Luce non è il contrario delle tenebre, ma semplicemente la sua assenza. La guerra dunque manifesta la mancanza di Pace ed è responsabilità di ciascuno di noi costruirla ogni giorno, partendo dalla verità e dalla giustizia.

giovedì 16 marzo 2023

Qualche umile osservazione sul verde pubblico di Chioggia Marina cap.1: la mia formazione e il mio punto di vista sulla Natura

Qualche umile osservazione sul verde pubblico di Chioggia Marina nel 2022-23

CAPITOLO 1: la mia formazione e il mio punto di vista sulla Natura

Francisco Panteghini titolare della ditta Amico Giardiniere al lavoro a Treviso tanti anni fa

Dopo un lungo silenzio sulla gestione del verde pubblico cittadino qui a Chioggia Marina ho deciso di iniziare a pubblicare alcuni contributi sulle questioni emerse di recente. Lo farò come privato cittadino della Repubblica Italiana, a mio solo nome e senza tessere di partito in tasca. Dato che mio padre mi ha trasmesso forte il senso del dovere vado a votare, anche quando non trovo candidati ideali, perchè prima che un diritto la democrazia è un dovere e non voglio che altri decidano per me. Come cittadino però rivendico il diritto di esprimere liberamente il mio rispettoso pensiero e di chiedere ai politici ragione di questo o quel provvedimento. Molte persone mi identificano con l'associazione Amico Giardiniere, che quest'anno compie quest'anno 10 anni e li dedica alla conoscenza e tutela delle barene. Questa associazione è nata da un gruppo di amici appassionati di Natura a Mestre e poi a Chioggia. Qui si è radicata nel tessuto sociale cittadino adattandosi alle esigenze locali. Ho avuto l'onore di essere tra i sei soci fondatori e di redigere lo Statuto dell'associazione di promozione sociale Amico Giardiniere. L'ho presieduta per 2 mandati (nel 2013-2016 e nel 2018-2021) in cui abbiamo iniziato il lavoro, che continua tuttora, di pulizia di zone degradate o difficilmente raggiungibili dove solo le mani amorevoli dei volontari possono arrivare, dal 2016 la festa dell'albero, la collaborazione con alcune scuole e più di recente l'apertura al pubblico e la dedicazione del Giardino San Michele (600 mq di verde nel centro storico di Chioggia) e tanto altro. Ci siamo anche molto occupati dello stato, precario, in cui versava il verde pubblico cittadino contribuendo, a volte forse in maniera troppo irruente per la passione che ha contraddistinto la mia giovinezza, al dibattito sulla necessità, per la comunità di Chioggia, di gestire direttamente il suo patrimonio verde e di dotarsi almeno di un Regolamento comunale apposito e di un censimento delle aree verdi pubbliche e di tutti gli alberi, come poi è stato.

LEGGI IL REGOLAMENTO DEL VERDE PUBBLICO DEL COMUNE DI CHIOGGIA CLICCANDO QUI

Spesso in passato se criticavo questo o quell'intervento di aziende private o pubbliche sono stato attaccato adducendo che non avessi le competenze tecniche che millantavo. Quindi, prima di iniziare la pubblicazione, che speravo breve ma che si articolerà in capitoli densi, dei capitoli riguardanti il verde cittadino e periferico di CHioggia Sottomarina ritengo opportuno pubblicare il mio curriculum così ognuno potrà farsi un'idea di chi sono, cosa conosco e di cosa non conosco. Riassumo alcuni passaggi della mia formazione, quando ho interrotto per 10 anni l'insegnamento di Letteratura e Storia: ho consegutio la qualifica regionale di Operatore del Verde nel 2007 (180 ore teoriche e pratiche di botanica,progettazione, potatura, abbattimenti controllati, diritto ecc.). Ho conseguito il brevetto per le potature in arrampicata su alberature presso la Scuola Agraria del Parco di Monza nel 2009.Ho lavorato come operaio stagionale presso una cooperativa sociale trevigiana specializzata nella cura del verde e in altre 2 gitte giardinieristiche minori. Sono stato giardiniere responsabile del progetto di recupero del parco storico di Villa Rechsteiner a Oderzo fino al 2009. Sono stato imprenditore artigiano nel settore Cura e manutenzione del paesaggio per 5 anni. Ho seguito il corso di tutela degli alberi monumentali con dott.Daniele Zanzi a Varese (30 ore), uno pionieri della moderna arboricoltura che si è formato con il famosissimo forestale americano Alex Shigo. Sono stato socio fondatore dell'Associazione nazionale dei Giardinieri BioEtici insieme a Simone Fenio, Andrea Iperico, Daniele Marinotto e altri giardinieri di orientamento biologico. Ho seguito lezioni sulle palme con Maurizio Cipriani a Roma, sui pini con il dott.Giovanni Morelli a Jesolo. Non sono mai diventato bravo come loro, anche perchè partivo da una formazione umanistica e la mia indole è sempre stata più quella dell'insegnante che del ricercatore. Infatti, se riesco a capire qualcosa, sono in grado di trasferirla in tanti modi ed ho fatto il formatore per i neoiscritti ai Giardinieri BioEtici e il coordinatore delle giornate formative nazionali fino al 2018. Io NON SONO un dottore forestale, IO NON HO STUDIATO BOTANICA ALL'UNIVERSITA' però devo dichiarare ad onor del vero che ho incontrato spesso nella mia vita professionale dei dottori agronomi che di alberi sapevano molto meno di me, pur avendo per legge il diritto di firmare perizie e ordinare interventi.

Francisco Panteghini durante l' abbattimento di un pioppo nero con tecnica in arrampicata, senza piattaforma aerea a Treviso, 20 kg or sono...

Come si può evincere da questo curriculum, io non sono un ambientalista da salotto. Io ho personalmente potato e anche abbattuto decine di alberi. Ma è vero che gli alberi mi hanno sempre più affascinato e l'approfondimento dei miei studi a riguardo è stato poco comune, per un giardiniere di provincia. Nel 2012 chiusi l'attività per alcuni anni e passai il nome, il sito web ecc. alla neonata associazione Amico Giardiniere, tramite la quale io volevo condividere quanto appreso con la mente e capito col cuore: che tra gli uomini e gli alberi esiste un'antica alleanza che noi umani dobbiamo tornare a onorare. Ancora oggi, che ho ricominciato a insegnare nella scuola pubblica con molta soddisfazione, faccio fatica a definirmi un ambientalista. Infatti io ho trovato nella Natura (tra boschi, lungo fiumi, nella laguna ecc.) una grande pace, armonia e saggezza sovrumana. Io mi sono quindi convinto, come molti mistici e sapienti che mi hanno preceduto, che la Natura è stata creata ed è animata da intelligenze divine che dal piano spirituale mandano impulsi perchè la vita possa diffondersi ed evolvere sempre più bella e creativa. Anche attraverso questo percorso mi sono riappropriato della corrente mistica francescana, che scorre da generazioni potente nella mia famiglia, ma che solo da pochi anni mi ha completamente conquistato. Io sono certo che sull'Umanità e nella Natura c'è un progetto divino e non credo assolutamente che noi umani siamo dei virus letali per il pianeta. Noi, se siamo amorevoli, siamo la soluzione e la guida di una ulteriore evoluzione perchè nella Natura c'è una grande saggezza ma manca l'amore, il quinto elemento, il frutto maturo della libertà umana. Questa visione implica tanti corollari che non abbiamo qui il tempo di sviluppare, ma è bene che il mio lettore sappia come la penso. Cercherò comunque di esprimere in modo equanime conoscenze verificabili e condivisibili da tutte le persone di buona volontà.

Francisco Panteghini indaga un tiglio cavo ma peraltro sanissimo

Tutto ciò premesso restate in attesa del CAPITOLO 2

venerdì 3 marzo 2023

I valori del servizio pubblico della Repubblica Italiana

Nel settembre 2022 sono passato ad insegnare italiano, storia ed educazione civica dalle scuole medie alle superiori. Con questa nuova fascia d'età la qualità del confronto con gli studenti si approfondisce e permette di sviluppare riflessioni più complesse, specialmente se si guarda ai nostri giovani come a cittadini della Repubblica Italiana in formazione. Nella scuola statale, dove mi onoro di lavorare, specialmente grazie alle ore di Educazione Civica, si possono affrontare temi cruciali per il nostro Paese e quindi anche per le loro giovani vite. Quest'anno ho dedicato alcune ore ad un tema fondamentale: comprendere che la scuola statale italiana è un servizio pubblico della Repubblica Italiana.

Questa prospettiva coinvolge ogni aspetto: finalità, obiettivi, rapporti tra le persone, rapporto con la comunità locale e nazionale, punti di riferimento storici, valori, taglio con cui affrontare i programmi. Avendo lavorato per molti anni nel settore privato, anche come formatore e come docente in scuole private, enti di formazione accreditata e associazioni professionali, ho potuto conoscere bene le differenze. E, dopo aver soppesato pro e contro, ho scelto di ritornare nel servizio pubblico perché io oggi valuto che sia il posto migliore dove mettere a disposizione le mie competenze e maturare, insieme ai miei giovani concittadini, azioni educative capaci di incidere nel tessuto sociale e spirituale della comunità dove ho scelto di inserirmi, Chioggia Marina.

Il servizio pubblico italiano deriva direttamente dai principi e dall'etica contenuti nella nostra saggia Costituzione. Quindi è innanzitutto basata sul lavoro: il lavoro degli insegnanti, dei dirigenti, delle segreterie, dei collaboratori scolastici e degli studenti. Corollari, che dovrebbero essere ovvi, a questo primo punto irrinunciabile sono ad esempio che chi non lavora diligentemente non dovrebbe restare nel servizio pubblico. Chi non accetta, rispetta e divulga i principi della nostra Costituzione non deve lavorare nel servizio pubblico. Chi ha una visione aziendalista ed efficentista non può lavorare nel servizio pubblico, in particolare nella scuola, nella sanità e nella pubblica amministrazione: perchè è, ovvio per me, che non puoi darti come obiettivo il portafogli tuo o di qualcun altro, se fai parte di agenzie statali che sono al servizio dei cittadini, non di aziende che vendono servizi agli utenti e puntano solo ad aumentare il fatturato.

La storia del servizio pubblico in Italia ha preso le sue mosse dall'antifascismo che ha rivoluzionato il rapporto tra stato italiano e cittadini, sia abolendo la monarchia (benedetto quel giorno) sia ripensando capillarmene ogni aspetto del rapporto tra uno stato sempre più democratico e una cittadinanza sempre più attiva. Il processo si è articolato e migliorato, con duri scontri e successive riforme, almeno fino agli anni Settanta, in particolare con la riforma democratica di scuole e università, con le leggi che hanno dato sostanza alla parità legale tra uomini e donne, con lo sviluppo di settori pubblici produttivi ed assistenziali che hanno costituito la garanzia fondamentale della prosperità nella nostra nazione. La Repubblica Italiana aveva aziende di stato che gestivano energia, telecomunicazioni, trasporti su gomma e rotaia, chimica, acciaio ecc. che sono state determinanti per la ricostruzione e poi per l'espansione della nostra economia e lo sviluppo scientifico e tecnologico che ci ha portato nei primi posti al mondo.

Ponte Morandi e foto delle vittime, fonte Primocanale.it

Negli anni Novanta, in particolare col giovane e rampante ministro Draghi, gran parte di questo patrimonio del popolo italiano venne spazzato via con privatizzazioni che, a distanza di vent'anni, si sono dimostrate un pessimo affare economico e un'insanabile piaga. Pensiamo ad esempio al crollo del ponte Morandi a Genova il 14 agosto 2018: costruito coi nostri soldi dall'azienda pubblica Anas,dato in concessione alla privata "Autostrade per l'Italia" controllata dalla famiglia Benetton, crolla rovinosamente causando 43 morti e interropendo per 2 anni la viabilità veloce dell'area nevralgica del porto di Genova con danni economici incalcolabili e cosa fa il governo italiano? Lo prende in gestione per 2 anni, lo ricostruisce con fondi pubblici e ... lo restitutisce allo stesso privato che non lo aveva monitorato e ristrutturato (perchè costava ovviamente)!

Nessun processo per strage, nessuna revoca delle concessioni, nessuna multa miliardaria, nessun contributo del privato alla ricostruzione. Ma oltre al danno ci fu anche la beffa amara e costosa della ricostruzione e del riaffidamento. Dunque ha ragione chi afferma che gli utili miliardari sono sempre privati, invece le perdite miliardarie sono sempre a carico della collettività. Questo è il contrario dello Spirito di Verità e Servizio che servo nella vita da cristiano e nella scuola da insegnante. Ed io queste cose ai giovani italiani delle mie classi quinte le spiego, se ne discute insieme, giustamente: perchè siamo tutti cittadini nel pieno godimento dei propri diritti, come anche il sig. Benetton di turno e non trovo giusto che ci debbando essere cittadini più uguali di altri. Chi sbaglia deve pagare: è il fondamento irrinunciabile ad ogni sistema legale, pena l'inapplicabilità e la violazione delle leggi, come sappiamo bene in Italia.

La democrazia nel servizio pubblico è ovviamente irrinunciabile, ma ha richiesto lotte durissime per essere conquistata e richiede un grande investimento di tempo e formazione delle parti per essere esercitata in modo costruttivo. Nella scuola privata non c'è questa attenzione ovviamente, perchè a contare sono i clienti, ovvero le famiglie che pagano le rette, e la loro soddisfazione per il "prodotto". Lo smantellamento della via italiana al capitalismo negli anni Novanta , che iconicamente può essere rappresentata dalla figura e dalle imprese di Enrico Mattei, col trionfo del turbocapitalismo di stampo anglosassone ha messo tutte le agenzie nazionali della Repubblica Italiana sotto la minaccia della privatizzazione: esternalizzazione di servizi nell'amministrazione pubblica, tagli alla sanità e accettazione della doppia carriera dei medici tra privato e pubblico, tagli alla scuola e imposizione di standard esterni di efficienza basata su modelli aziendali tutt'altro che neutri.

Enrico Mattei scende dal jet privato dell'ENI, fonte Startmag

Nel mio settore, ovvero la scuola pubblica e democratica, si parla molto di formazione e sempre meno di educazione. Per i profani chioso: formare significa dare una forma desiderata a qualcosa, con le persone significa che fai acquisire certe conoscenze e abilità per svolgere poi una certa mansione. Educare invece significa "condurre fuori" la vera personalità e potenzialità della persona che educhi. E' evidente che non possono essere usati come sinonimi e che preferire l'uno o l'altro aspetto, che possono anche convivere si badi bene in una certa misura, implica tutta una visione complessiva sulla realtà, delle finalità e degli obiettivi che ci si pone. Chioso anche qui: "finalità" sono le direzioni a cui vorresti avviare la persona educata, la condivisione di valori eterni come la Verità, la Giustizia ecc. o, quando non dichiarata, implica l'adesione alla visione del mondo che è implicita in ogni comunicazione, anche la più apparentemente neutrale. Gli "obiettivi", invece, sono quegli elementi che possono essere raggiunti in toto o in un certo grado e che ti permettono di valutare se la tua azione ha avuto successo e in che misura.

La scuola e, forse meno l'università, statale italiana ovviamente ha come finalità quello di educare innanzitutto! E chi dobbiamo educare se non i nostri giovani concittadini? E cosa gli proporremo? I valori nati dall'accordo laborioso, ma proprio per questo ancora più meritevole, della nostra bella Repubblica Italiana che ci siamo conquistati e che non sono i valori di tutto il mondo. Mi spiace per i sudditi delle monarchie assolute della penisola araba, mi spiace per i cittadini delle dittatura comunista cinese e coreana, mi spiace per quei cittadini emarginati i cui stati sono dominati da visioni meno libere, meno lungimiranti e socialmente meno eque della nostra. Mi spiace che non abbiano ancora intrapreso una lotta di liberazione e consapevolezza che li porti ad un modello tanto evoluto e positivo come il nostro. Quindi auguro lunga vita al servizio pubblico italiano e un grazie di cuore a tutti gli uomini e le donne che ci rendono giustamente orgogliosi dando il meglio di sè in questi delicati ambiti.

Alla riflessione sui rischi del servizio pubblico dedicherò il prossimo articolo. Sarei lieto dei vostri commenti o lettere con la vostra personale riflessione scrivendomi a mediatorelementare@gmail.com

mercoledì 18 gennaio 2023

Maddalena l'apostola appassionata, il nuovo libro di Francisco Merli Panteghini

Ho scritto il primo articolo su Santa Maria Maddalena nel 2013 (lo trovi su http://amarelaterra.blogspot.com/) ed ora, dopo 10 anni, ho deciso di dedicarle un saggio approfondito, con particolare attenzione alla sua devozione e significato nelle Alpi. E' un personaggio molto in voga: si moltiplicano saggi, romanzi, mostre artistiche come in una gara ad accaparrarsi la sua memoria. Una corsa già vista nei secoli passati in verità. Però c'è molta confusione, sia in buona fede che in malafede. Maddalena oggi è prostituta, apostola, moglie, penitente, predicatrice, santa, custode del santo Graal, eremita, evangelista e chi più ne ha più ne metta. Tutto e il contrario di tutto.

Non credo che potremo mai conoscere davvero bene questa donna ebrea del I sec. d.C. ma studiando e meditando, confrontando e confutando gazie alla mia formazione da storico (questo è il mio titolo di laurea), animato però da profonda devozione per la santa e rispetto per la devozione che per secoli ha percorso l'Europa, credo che si possano onestamente stabilire dei punti saldi. Già ora, dopo alcuni mesi di ricerca, sento di poter condividere alcune comuni domande e offrire meno comuni risposte su di Lei. Seguite la pagina e potrete interagire nei commenti. https://www.facebook.com/franciscomerlipanteghiniscrittore

venerdì 6 gennaio 2023

Il valore educativo del buon rugby amatoriale

Epifania 2023

Ho ricominciato a insegnare da tre anni e comincio a misurare le generazioni che incontro in classe con quelle di 10 anni fa e con la mia adolescenza negli anni Novanta del secolo scorso. Dai loro bisogni umani e formativi ricevo potenti stimoli a cercare in me, attorno a me, prima di me esperienze e prodotti culturali adatti a rispondere a queste richieste, ora mute ora urlate. Dopo 2 anni di chiusure, divieti, paura dell'altro, distanziamenti, digitalizzazione forzata c'è sicuramente bisogno di contatto, aria aperta, froti emozioni, condivisione, sfida. Durante queste vacanze di Natale ho ritrovato luminosi e potente esperienze da proporre ai miei ragazzi e, in forma forse diversa, alle mie ragazze. Una di queste è la bellissima esperienza che ho fatto da ragazzo con il rugby a 15 (rugby union). Ce lo hanno insegnato Romano Minoia, un piccoletto energetico e dal carisma trascinante, con l'aiuto di Massimo Pionelli detto "tenaia", uno spilungone intellettuale che sembrava aver poco a che fare con questo sport. Qualche pallone, un passaparola tra i ragazzi, amici di amici e la disponibilità loro e di qualche familiare per andare ad allenarci a Bessimo, mi pare, e poi a Bienno, il mio paese natio.

Perchè dico con sicurezza che il rugby ha un alto valore educativo? Il rugby è stato inventato e messo a punto nei college inglesi a metà Ottocento, prima sport amatoriale per la futura elite dell'impero britannico e poi gioco per tutti, in tutto l'impero. Ecco perchè le maggiori potenze rugbistiche sono nei paesi anglosassoni o nelle loro ex colonie (Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa). Però quel gioco non rimase confinato lì perchè sportivi, soldati e insegnanti di altre parti del mondo vi riconobbero dei capisaldi atletici e morali veramente utili e preziosi. Così il rugby "champagne" ha conquistato la Francia, l'Italia, l'Argentina e anche il Giappone. Qui avanzo le mie ipotesi di ex giocatore e attuale insegnante. Per semplicità elenco i punti a favore del rugby:

1- è uno sport di squadra, fiducia e coesione sono indispensabili per vincere
2- tutta la squadra attacca e tutta la squadra difende, non c'è staticità
3- ogni giocatore a seconda delle fasi di gioco può segnare punti, non ci sono ruoli di serie A o B
4- il controllo della palla e del gioco passa innanzitutto dal gioco a mano, quindi è indispensabile affiatarsi e saper passare palla continuamente
5- giocando si formano dei raggruppamenti dove le squadre competono in forza fisica
6- ci sono fasi di gioco dove sono indispensabili velocità e precisione
7- come è possibile essere potenti e rapidi? Ci sono ruoli diversi pensati per tipi fisici e attitudini diverse
8- nel rugby a 15 ci sono 9 ruoli diversi che richiedono appunto fisicità e capacità tecniche differenti
9- è un gioco di contatto fisico e di lotta, dimensione totalizzante e adrenalinica
10- ci sono regole molto nette e un'educazone al fair play continua
11- giocatori che compiono azioni scorrette oltre al possibile intervento arbitrale incorrono nell'immediata reazione di tutta la squadra avversaria e a volte dei loro stessi compagni. Proprio perchè è un gioco dove si rischiano gli infortuni chi volutamente mette a rischio l'incolumità di un giocatore viene subito castigato. Gesti ripetuti infangano l'onore del singolo giocatore come quello dell'intero club che può arrivare anche a espellere un giocatore del genere.
12- si viene educati a condiserare i giocatori dell'altra squadra avversari, non nemici. Infatti si saluta sia all'ingresso che all'uscita tutti i membri dell'altra squadra
13- come si onora il nostro avversario? Giocando meglio di lui, segnando punti e facendo con maggiore eleganza e stile
14- il gioco si sviluppa in 2 tempi di gioco ma cè anche una terza fase, tradizione custodita dai migliori club in tutto il mondo: c'è un terzo tempo che consiste nel festeggiare insieme, ospitando la squadra ospite e i loro accompagnatori, condividendo un panino, una birra o un pranzo.
15- il rugby infine custodisce una lunga tradizione goliardica di canti, scherzi, prove da superare che indirizzano costruttivamente la naturale esuberanza, stimolandola quando è poca, regolamentandola quando è troppa.
16- dimenticavo... il rugby fino a 12 anni si può giocare in squadre miste, maschi e femmine, poi iniziano le categorie. E' molto più comune trovare club maschili ma il rugby femminile è diventato ormai una presenza stabile e interessante di questo sport.

Perchè ho scritto che il rugby insegnatoci da Romano e Massimo aveva un taglio e un valore particolare?

Senza dirlo o pontificare questi due uomini, che a me sembravano "grandi" ma avranno avuto trent'anni o poco più ci hanno trasmesso i valori del gioco, del rispetto, dell'umanità di ogni persona. Non credo di sbagliare se la loro amicizia sia nata da comuni ideali cristiani , da un impegno concreto nel sociale, per il bene comune, ognuno nel suo campo specifico. Non posso fare altro che ringraziarli anche perchè hanno acceso una luce in Valcamonica che prima non c'era. Ci hanno aperto le porte del fantastico club di Calvisano che ci ha ospitati molte volte, ci finanziati e ci ha dato la possibilità di giocare nelle loro squadre giovanili di alto livello mentre noi faticavamo a mettere insieme i 20 giocatori necessari per partire. Ho fatto anche una esperienza in Francia come giocatore del Fly Flot Calvisano nel 1993: siamo stati ospiti del Pic san Loup di Montepellier a giocare e allenarci con squadre francesi e con i sandonatesi dell'allora mitico Panto. Siamo stati ospitati nella case dei nostri coetanei francesi: io pilore insieme ad un'ala del San Donà ospiti di due scultoree seconde linee, i fratelli Cyril e Method! Esperienze entusiasmati e di grande amicizia. Io ho capito tanti valori dell'amicizia nel mondo del rugby, per quanto non sia stato un brillante atleta. Io ero un metro ottanta, cicciottello, mai fatto sport, piuttosto lento nella corsa, pessimo nel calcio. Però ero discretamente forte e più resistente alla fatica e al dolore di quello che pensavo. Così ho giocato quasi sempre come pilone destro, numero 3.

Per tutte queste ragioni credo che il rugby abbia un grande valore, specilmente in questo contesto storico e geografico. Il rugby amatoriale dovrebbe tornare a Chioggia. Se ci state fatemi un colpo di telefono! Francisco 328 7021253